Resettiamo il reset – Capitolo primo: Il Macro Reset

Scritto da il Dicembre 1, 2021

Un fantasma si aggira per l’Europa (e non solo), quel fantasma è “the Great Reset” di Klaus Schwab e Thierry Malleret.

Mentre del primo sapevo già fin troppo,  del secondo non avevo mai sentito parlare ma grazie alla pagina 5 apprendo che è un tizio che vive a Chamonix con la moglie (sic!), con la faccia da ex sessantottino pentito e che ha scritto alcune cosucce non solo in materia di economia ma anche novelle. Vorrà dire che lo candideremo per il Nobel, all’economia, alla letteratura o a tutt’e due. Questo fantasma, va detto, agita i sonni di diverse persone, sia di quelle che ne seguono le indicazioni sia di quelle che non vogliono proprio saperne di seguirle, e sia di quelle che credono di sapere di che si tratta pur non avendolo letto. Poiché ritengo che parlare per sentito dire sia una pessima abitudine, mi sono preso la briga di leggerlo tutto, alla fin fine sono un centinaio di pagine, prima di esprimermi su questo progetto. Tra l’altro, invito tutti, almeno tutti quelli che hanno una buona conoscenza dell’inglese, a non accontentarsi dei commenti, incluso il mio, andate a leggervi il testo originale con molta attenzione e fatevi l’idea vostra.

La lettura del testo mi porterebbe a scriverne utilizzando la tecnica del “passo a passo” ma, per ragioni di lunghezza, procederò per punti in modo sintetico e stringato. Una ragione in più per andarsi a leggere l’originale (1).  Già nell’introduzione i nostri ci fanno sapere che il mondo è destinato a cambiare in modo irreversibile e poche delle attuali aziende esistenti (companies) sopravviveranno. Cominciamo bene verrebbe da dire. Il problema è che il seguito è anche peggio, e gli autori ci annunciano che nessuna catastrofe precedentemente abbattutasi sull’umanità può minimamente paragonarsi a questa. Né la peste nera, né la seconda guerra mondiale, la crisi del ’29 o quello che vi pare. Questa le batte tutte e già qui sorgono i primi dubbi poiché non se ne capisce il motivo visto che, lo dicono sempre loro (2), tutta ‘sta catastrofe non sembra proprio essere, almeno da un punto di vista epidemiologico. Perché dunque dobbiamo rassegnarci a subirla? Ma è ovvio, perché si tratta di un’opportunità unica e irripetibile per mettere in piedi il grande reset che potrebbe rendere il mondo molto migliore (almeno speriamo, forse, chissà) (3,4); che culo che abbiamo avuto a trovarcela bella apparecchiata lì questa splendida opportunità!

Ma abbandoniamo poscia l’introduzione e avventuriamoci alla scoperta della splendida opportunità cominciando dal capitolo 1:

Capitolo primo: Il Macro Reset.

dove si spiegano anche i presupposti della catastrofe

1.1 La struttura concettuale

  • L’interdipendenza: apprendiamo subito una cosa fondamentale: il mondo non è solo interconnesso, è iperconnesso. Insomma, la farfalla quantistica che sbattendo le ali da qualche parte del mondo provoca terremoti altrove. Qualcuno potrebbe pensare che lo sapevamo già ma tiriamo oltre. Ne consegue che anche i rischi, ed in particolare i rischi pandemici, coinvolgono tutti e tutti gli aspetti della vita con un gigantesco effetto domino che è destinato a sconvolgere le nostre vite. Da qui la catastrofe (5). L’altra conseguenza dell’iperconnessione è la difficoltà a vedere tutte queste connessioni da parte degli specialisti, economisti, virologi ecc, essendo ognuno portato a vedere le cose dal proprio esclusivo punto di vista, e così i poveri politici non sanno che pesci prendere visto che chi dovrebbe dare loro i giusti suggerimenti non ha una visione univoca (6). Adesso ho capito finalmente perché anche il nostro governo ha poche idee ma confuse, colpa dell’iperconnessione!
  • La velocità: tralascio il commento della lunga dissertazione sulla tirannia dell’urgenza che caratterizza il nostro tempo, sono cose note e risapute, voglio solo focalizzare un punto importante: l’accelerazione data dalla pandemia ha colmato il gap esistente tra i tempi richiesti dall’emergere dei problemi e quelli burocratici imposti dalla ed alla politica. In altre parole, chi prende le decisioni ha scoperto, sempre grazie alla splendida opportunità fornita dalla pandemia, che le decisioni si possono tranquillamente prendere in quattro e quattr’otto, basta che ci sia un’emergenza, vera o presunta.
  • La complessità: qua i nostri amici ci spiegano che i sistemi complessi non sono prevedibili per loro natura essendo troppe e troppo interconnesse le variabili in gioco (7). Ma va?!? La conseguenza diretta della pandemia è che l’iperconnessione aumenterà senz’altro rendendosi necessari scambi di informazioni, laboratori dislocati ovunque per raccogliere dati ecc e quindi anche le previsioni saranno più difficili e questo non facilita l’analisi.

Ai malpensanti non sarà sfuggito che a questo punto gli autori, assieme all’OMS, al CEPI e a Bill Gates avevano profetizzato tutto questo già nel 2017 e se lo rivendicano pure. Evidentemente sono dotati del potere di prevedere l’imprevedibile, per questo sono profeti! (8) Anzi, sono così bravi come profeti che il CEPI lo hanno inventato loro stessi e lanciato a Davos sempre nel 2017, evidentemente col fine di preparare il mondo alla pandemia. Peccato però che come profeti saranno pure bravi ma come coordinatori ed organizzatori di risposte efficaci proprio no visti i risultati.

1.2 Il reset economico

1.2.1 L’economia al tempo del Covid-19: ci viene spiegato qui che le pandemie sono da sempre il motore di ogni reset delle economie mondiali. Inoltre, a differenza delle guerre, le pandemie non distruggono capitali, abbassano i tassi d’interesse mentre le guerre li innalzano e riducono le attività economiche mentre le guerre le aumentano. Inoltre, la storia ci insegna che, una volta finite le pandemie, la classe lavoratrice ne esce trionfante a scapito del capitale. Si citano un paio di esempi a supporto di questa strampalata teoria: i lavoratori tessili di Saint-Omer in Francia che strapparono aumenti salariali dopo la peste nera del quinquennio 1347-1351 e un paio di anni dopo molti lavoratori strapparono riduzioni d’orario ed aumenti salariali maggiori anche di un terzo a quelli esistenti prima della pestilenza (9). Figo, viene da pensare, non ci resta altro né di meglio da fare che sederci comodamente in salotto in attesa che tutto questo finisca, dopodiché saremo tutti ricchi, in particolare i lavoratori salariati. Curioso però che non una parola venga spesa sul come sia accaduto tutto questo nonostante la risposta sia davanti agli occhi: la peste nera ha ucciso il 40% della popolazione europea, avete letto bene, il 40%, di conseguenza finita l’epidemia semplicemente non c’era gente disposta a lavorare per poco visto che la domanda eccedeva di gran lunga l’offerta. Non ci vuole un genio per capire che quando la richiesta di lavoro è alta e la forza lavoro disponibile estremamente scarsa il prezzo del lavoro sale e pure parecchio, l’esatto contrario di quello che è avvenuto negli ultimi decenni. Del resto questa pandemia ha un tasso di mortalità talmente lontano da quello della peste nera che la possibilità che si ricreino quei presupposti è non solo remota ma ritengo molto probabile che si verificherà l’esatto contrario, ci troveremo cioè con un’offerta di lavoro nettamente eccedente la domanda con conseguente ulteriore contrazione del reddito da lavoro, con buona pace di Schwab e Malleret come avremo modo di vedere anche in seguito. Per completezza d’informazione, neanche gli autori sono tanto convinti che le cose andranno così per la classe lavoratrice, stavolta per colpa della tecnologia (10).

1.2.1.1 L’incertezza: L’incertezza renderebbe difficile prendere le giuste decisioni. Quali incertezze però? Diverse: quanti anni durerà la pandemia, avrà andamenti a picchi e valli oppure no, andrà scemando oppure no ecc. Quel che conta è che finché non ci saremo lasciati alle spalle il virus non sarà possibile rilanciare completamente l’economia (11). Sì ma perché? I nostri ci annunciano che ce lo spiegheranno dopo.

1.2.1.2 La fallacia economica del sacrificare poche vite per garantire la crescita: secondo gli autori la contrapposizione tra crescita economica, che passa attraverso una significativa riduzione delle misure prese per evitare il contagio, e la tutela della salute pubblica è una falsa contrapposizione. Ci dicono infatti che finché il contagio si diffonde  più lavoratori si ammaleranno, meno si produrrà e sempre più persone eviteranno di recarsi al lavoro per paura di contagiarsi. Inoltre, sul fronte della domanda, finché perdurerà la sensazione di essere in pericolo, l’attitudine alla spesa ed al consumo tenderà a scemare (12). Questo è possibile, ma che la scelta di imporre restrizioni, come gli autori sostengono sia invece necessario per salvare vite, sia davvero decisiva nello sconfiggere la pandemia è tutto da dimostrare, checché ne dicano loro e gli studi da loro portati come argomento (13).

1.2.2 Crescita e impiego:  qui si aprono i sigilli dell’apocalisse economica; ci viene annunciato senza mezzi termini che questa sarà la madre di tutte le crisi (14)

1.2.2.1 La crescita economica. Perché in questo capitoletto si parli di crescita economica non è dato sapere. Casomai più proprio sarebbe stato parlare di crollo economico visti i numeri che qui vengono sciorinati. Si parla candidamente ed impunemente di un crollo del PIL mondiale variabile dal 20 al 30%, robetta! (15)  Inoltre ci viene detto che il ritorno alla normalità non sarà possibile finché non sarà approntato il vaccino. Perché proprio un vaccino e non, che so, un nuovo farmaco oppure una terapia efficace? Anche questo non è dato sapere. Ci viene anche reso noto che l’industria dei servizi è quella che ha subito e subirà i danni peggiori al punto che verrà fortemente ridimensionata (16). Verso la fine del capitoletto ci viene poi spiegato che più a lungo dureranno le misure restrittive maggiore sarà l’impatto sul crollo del PIL con andamento addirittura esponenziale (17). Ma come! Non ci avevano appena spiegato al punto 1.2.1.2 che le misure non contraddicono la crescita economica anzi, l’esatto contrario visto che le misure rallentando il contagio rendono possibile un ritorno più rapido alla normalità? Niente niente si sono scordati quello che hanno scritto poche righe prima? Mah…

1.2.2.2 L’impiego. Ecco che finalmente  i numeri della catastrofe prendono corpo; si dice qui che nei soli USA in due mesi sono andati in fumo 36 milioni di posti di lavoro e sempre qui ci fanno sapere che ci vorranno decenni affinché il tasso di disoccupazione torni a livelli accettabili. Si fa rimarcare, giustamente, come la situazione europea, grazie a vari meccanismi di protezione sociale tipo cassa integrazione ecc sta soffrendo molto meno attualmente però, e anche questo è ovvio, in questo modo si pospone il problema nel tempo, non lo si risolve. Il crollo del numero di lavoratori impiegati sarà peraltro aggravato dalla rapida e progressiva sostituzione, laddove possibile e conveniente, di persone con macchine e robot, e quindi, quel poco lavoro che sarà rimasto, non avrà bisogno di lavoratori, o almeno li richiederà in numero decisamente inferiore. Con questi presupposti la vedo molto ma molto dura che si verifichi la stessa situazione del post peste nera del 1351, sarà grasso che cola se qualcuno riuscirà a portare a casa la pagnotta. Di nuovo, sarà il vaccino a farci uscire dal tunnel, oppure, stavolta lo dicono, una terapia efficace. A merito dei nostri va però detto che concludono il capitoletto con una nota di ottimismo, sebbene costellata di forse e potrebbe. Potrebbe accadere cioè che proprio l’innovazione tecnologica, apparentemente responsabile dell’aggravarsi del disastro, divenga invece il motore di un nuovo sviluppo che potrebbe sorprenderci (18). Potrebbe…

1.2.2.3 Come potrebbe essere la crescita futura: apprendiamo subito che nell’era post-Covid la crescita del PIL mondiale potrebbe essere molto inferiore a quella delle decadi passate (di nuovo si noti l’uso del condizionale) nonostante una forte accelerazione iniziale. Potrebbe anche accadere che molte persone si rendano conto che alla fin fine non è poi così importante che la crescita economica sia sostenuta e fa niente se non potremo tornare ai livelli pre-pandemia. Vuoi vedere che si sta meglio quando si sta peggio? E non venitemi a dire che è un ossimoro, ditelo a Schwab e  Malleret!

Infatti, non è importante che ci sia crescita del PIL, l’importante è che emerga una nuova economia che sia più giusta e più verde (19). Ma si può fare un’economia più giusta e verde con meno risorse di quelle attualmente disponibili? I nostri sostengono di sì. Si badi bene, non creare risorse in modi nuovi, piuttosto fare economia meglio con meno. Vediamo come; bisogna per riuscirci dare risposta a due domande: la prima, come si giudicherà il vero progresso in futuro; la seconda, quale sarà il volano di questa nuova economia (per inciso, ma allora le risorse economiche servono!) (20). Prima di tutto sarà necessaria una svolta nel modo di pensare dei governanti finalizzata ad occuparsi maggiormente del benessere di tutti i cittadini e del pianeta. Di nuovo, non è dato sapere come questo sarà possibile con meno risorse disponibili e nemmeno è dato sapere perché mai i principali responsabili del disastro economico e sociale, che peraltro precede di gran lunga la pandemia, dovrebbero redimersi come folgorati sulla via di Damasco. Evidentemente si confida molto nello Spirito Santo. Comunque, tanto per taroccare un po’ i numeri, potremmo cominciare a calcolare nel computo del PIL anche il lavoro domestico ingiustamente oggi escluso. Vale lo stesso discorso anche se si va a pesca? O a giocare a calcetto? Eppoi piantiamola una buona volta di includere nel calcolo transazioni monetarie che il più delle volte non sono altro che spostamento di capitali (questo peraltro è vero) (21)! Le cose importanti sono ben altre, come dimostra l’inclusione della Nuova Zelanda nella top 10 dei posti dove si vive meglio. Questo è stato reso possibile dalle politiche  improntate su temi sociali del Primo Ministro che hanno reso manifesto che l’incremento del PIL non garantisce un miglioramento della qualità della vita (22). Ma che bella scoperta, e chi lo avrebbe mai detto! Si sta per altro anche cominciando a riflettere su come coniugare soddisfazione di bisogni materiali con rispetto del pianeta, ad esempio ad Amsterdam. Aggiungono gli autori che se tutti ci rendiamo conto che la felicità (avete letto bene, la felicità) dipende più da una buona assistenza medica e da un robusto tessuto sociale che non dai consumi potremmo far guadagnare terreno a valori quali la tutela dell’ambiente, il mangiare responsabile, l’empatia e la generosità e uscire finalmente dalla dittatura del PIL (23). Mi viene da chiedere se per caso questa dittatura del PIL non sia stata imposta dagli stessi che dovrebbero abbatterla, ma vabbé, tiriamo oltre. Vediamo adesso quali saranno i volani di questa nuova felicità: prima di tutto, l’economia verde. Riutilizzo, fabbricare prodotti che abbiano una durata più lunga (addio quindi all’obsolescenza programmata), energia più pulita. Eppoi creare lavoro con finalità sociali come servizi alla persona, salute ed istruzione. Così facendo si guadagnerebbero 2 punti percentuali sul PIL (calcolati come?). L’innovazione poi permetterà di fare prodotti a più alto valore aggiunto creando nuovo lavoro e prosperità. Tutto questo è richiesto anche dagli autori del manifesto per la decrescita pubblicato nel maggio 2020 (24). Quindi, PIL negativo ma miracolosamente risorse per la sanità, l’istruzione e la cura della persona, tutto quello cioè che è stato massacrato sistematicamente negli ultimi decenni in nome della mancanza di risorse dagli stessi che dovrebbero destinare risorse a questi scopi. Da dove verrà fuori questa clamorosa inversione di tendenza finalizzata a reperire le risorse per finanziare tutto questo in decrescita di nuovo non è dato sapere. Per fortuna il pasticciaccio brutto di questo capitoletto si chiude qui, non ne potevo davvero più di contraddizioni ed incongruenze.

1.2.3 Politiche fiscali e monetarie: Con lo scopo di contenere la pandemia, sovvenzionare con fondi emergenziali le famiglie e sostenere la domanda aggregata, sono state messe in campo misure fiscali e monetarie senza precedenti (25). Questo comporterà un aumento del rapporto debito pubblico PIL di circa il 30% nei paesi ricchi e del 20% su scala globale. Per ragioni che non sto a ripetere, saranno proprio i paesi più poveri a pagare il prezzo più alto in futuro. Di conseguenza, una moratoria sul debito non solo sarà necessaria ma sarà un punto critico (26). Finalmente una proposta condivisibile, ma i creditori saranno così generosi dal rimettere i debiti in cambio di nulla? Chissà perché ho i miei dubbi.

Un po’ più in là i nostri ci fanno sapere che la pandemia ha abbattuto le barriere tra governi e banche centrali mettendo le seconde al servizio dei primi. Mi sa che ho visto un altro film vista la perdurante confusione sul recovery found e la marcata ritrosia della BCE a concedere prestiti a fondo perduto o quasi. Infatti, quel che viene proposto è un meccanismo di finanziamento degli stati attraverso l’acquisto di bond da parte delle banche centrali. Così avremo in sostanza  venduto alle banche anche il bilancio dello Stato, altro che dipendenza delle banche da esso!  Ma non basta, ci viene anche annunciato che sarà concepibile che anche in futuro si possa continuare su questa strada.  I governi potranno adottare politiche neokeynesiane di deficit spending e le banche centrali li finanzieranno con grande gioia (27). Ma, come al solito c’è un ma di mezzo, simili politiche potrebbero portare l’inflazione fuori controllo e sapete perché? Perché i cittadini, una volta accortisi che il denaro volendo si trova, finirebbero col chiedere sempre più generando inflazione. Che ingrati! Non si fa in tempo a dargli un biscottino che subito questi ti chiedono una pagnotta (28)!

1.2.3.1 Deflazione o inflazione? Siamo di fronte ad un dilemma: il futuro sarà inflattivo o deflattivo? O, per meglio dire, è più pericolosa l’inflazione o la deflazione? Secondo gli autori e diversi analisti economici un’inflazione anche al 4-5% non sarebbe un problema, anzi. Pericolosa lo sarebbe solo se arrivasse a livelli molto alti. Invece, il rischio deflattivo implicito in questa apocalisse economica e dovuto al collasso del mercato del lavoro che farà crollare i prezzi dei beni di consumo con tutto quel che ne consegue è molto più reale e pericoloso. Inoltre la combinazione di alto tasso di disoccupazione, minori entrate per vasti strati di popolazione e l’incertezza per il futuro spingeranno verso casomai una ripresa del risparmio i quali,  aggiunti all’innovazione tecnologica ed all’invecchiamento della popolazione, che sono deflattivi per loro natura, renderanno il rischio inflazione molto basso e remoto nel tempo (29). Pertanto qualunque politica che immettesse denaro incrementando il PIL, anche portando ad un aumento del debito pubblico, è praticabile. Senza esagerare, s’intende, facciamo in modo che si accontentino del biscottino e dimentichino la pagnotta. Ma non dovevamo decrescere appena due capitoletti fa? Adesso ci viene suggerito di rilanciare il PIL anche a costo di creare nuovo debito?

1.2.3.2 Il destino del dollaro USA: il fatto che il dollaro sia usato come valuta di riserva in molte parti del mondo abbinato al fatto che gli scambi internazionali vengono fatti praticamente sempre in dollari ha dato agli USA senza alcun dubbio una posizione di forte privilegio. Per questo alcuni analisti pensano che l’egemonia del dollaro debba progressivamente scemare e la pandemia, tanto per cambiare, sembra essere il catalizzatore giusto per il cambiamento giacché produrrà, causa aumento vertiginoso del debito pubblico USA, una progressiva perdita di fiducia nel resto del mondo sulla capacità egemonica degli USA stessi. Già, ma con che cosa sostituire il dollaro? Non certo con la moneta cinese visto che non ne vogliono sapere di ridurre il controllo ed accettare che la loro valuta sia quotata sul mercato, e nemmeno con l’euro visto che l’eurozona minaccia di implodere da un momento all’altro (30). Ma ecco che proprio la Cina ci offre la soluzione: valuta digitale! Facciamo una bella valuta digitale ed il problema di come sostituire il dollaro è risolto. Mica sarà un regalo alle lobby finanziarie vero? Quasi quasi è meglio tenersi il dollaro…

1.3 Il reset della socialità: nell’introduzione a questo capitolo si cerca una risposta ad un quesito non da poco: come mai la pandemia ha colpito così intensamente alcuni paesi o alcune regioni e non altri? Le risposte: erano più preparati, hanno preso le decisioni rapidamente, hanno un sistema sanitario inclusivo, sono società nelle quali i cittadini hanno grande fiducia nei loro leader ed in ciò che dicono, sanno essere solidali e anteporre il bene comune alle aspirazioni individuali. Ne consegue che  in Italia, che è stata duramente colpita stando ai numeri, alcuni o tutti  questi presupposti sono venuti meno e, all’interno dell’Italia, qualcosa deve essere andato ulteriormente storto in Veneto e Lombardia. Ne consegue inoltre che società più inclusive e solidali sanno fronteggiare meglio una pandemia. Pertanto, nell’era post pandemica, assisteremo ad un massiccio trasferimento di risorse dal capitale al lavoro e, contestualmente, alla fine del neoliberismo per il quale la pandemia ha suonato la campana a morto (31). Speriamo che quest’auspicabile esito ci venga argomentato più in là.

1.3.1 Le disuguaglianze: il Covid-19 ha tutt’altro che ridotto le disuguaglianze, al contrario le ha accentuate colpendo non solo economicamente, ma anche nella salute, gli strati più poveri della popolazione. Inoltre, lavoratori mal pagati o sottopagati come infermieri, addetti nelle imprese di pulizie, riders che ci portavano il cibo a casa si sono pure accollati la maggior parte dei rischi pur essendo necessari per portare avanti le attività essenziali. Ma questa tendenza potrebbe invertirsi riducendo le disuguaglianze e questo perché potrebbe esserci sempre più gente a chiedere maggiori investimenti per la sanità e a ripensare quali siano i lavori davvero importanti e quindi ad adeguare il reddito dei lavoratori di questi comparti. Di nuovo ricompare il condizionale, le certezze elencate nell’introduzione si sono già ridotte al rango di mere possibilità ed in aggiunta, ci dicono gli autori, tutto questo sarà possibile solo se ci saranno dei  massicci tumulti sociali (32).

1.3.2 Disordini sociali: quel che era auspicabile appena poche righe fa adesso diventa un pericolo elevato: i disordini sociali. Se ne può dedurre una sola cosa: i tumulti vanno bene, i disordini no. Perché i disordini possono portare alla disintegrazione sociale ed al collasso politico (chissà perché i tumulti no). Del resto i presupposti ci sono tutti, con un tasso di disoccupazione al 20-30% ed un calo del PIL dello stesso ordine di grandezza garantire la stabilità sociale e scongiurare disordini è quasi impossibile. Ed infatti alcuni esempi ci sono già stati come per esempio i disordini conseguenti all’uccisione di George Floyd. Inoltre, le proteste “ibernate” dal lockdown come il movimento dei gillet gialli in Francia probabilmente torneranno protagoniste non appena si uscirà dall’emergenza. I rischi di disordini gravano maggiormente sui paesi fortemente individualisti come gli USA ma possono coinvolgere chiunque. L’unica misura che si può intraprendere per mitigare il rischio è quello di mettere in campo politiche capaci di ridurre le disuguaglianze (33). Ecco che finalmente si spiega perché ci saranno aumenti salariali per alcuni lavoratori e politiche sociali più inclusive per tutti, per scongiurare disordini sociali e quindi salvare il deretano ai governanti. A me, più che una proposta suona come un avvertimento alle classi dominanti, come dire o farete così o dovrete fare i conti con folle inferocite.

1.3.3 Il ritorno del “grande” governo: qua viene fuori tutto l’impianto neokeynesiano della proposta. Si inizia sottolineando come storicamente le guerre hanno aumentato da un lato la tassazione, arrivando a punte del 99,25% in Gran Bretagna durante la seconda guerra mondiale e dall’altro l’intervento statale in economia. Questo è accaduto ogni qual volta si è dovuto far fronte ad uno shock violento proveniente dall’esterno, e questo senz’altro lo è. Del resto, anche la narrazione ufficiale paragona la lotta al Covid-19 ad una guerra. Nel prossimo futuro lo Stato avrà un ruolo sempre più centrale nel garantire la sopravvivenza alle masse di disoccupati, implementare la sanità pubblica ecc e così anche le società più orientate verso il mercato, tipo GB o USA, dovranno adeguarsi e rassegnarsi ad un sempre più forte intervento statale in economia. Torneranno le nazionalizzazioni, ed anche le aziende private dovranno accettare un sempre più forte controllo statale finalizzato ad orientare gli investimenti verso beni sociali quali la salute e la lotta ai cambiamenti climatici. Quest’ultimo punto però sembra molto debole perché i cambiamenti climatici sono un problema globale e non possono essere affrontati efficacemente a livello locale, a meno che non si stia pensando ad una qualche forma di coordinamento o addirittura di governo su scala mondiale. Comunque, per tutte queste ragioni e per finanziare tutti questi sforzi ed investimenti, il livello di tassazione dovrà necessariamente salire, in particolare per le fasce più abbienti della popolazione (34).

1.3.4 Il contratto sociale: la pandemia porterà per forza di cose ad una ridefinizione del contratto sociale. Negli ultimi anni si è assistito ad una progressiva erosione dei benefici dovuti al patto sociale per tenere l’inflazione a livello basso o addirittura a livello zero. Con l’eccezione significativa dell’aumento dei costi per le classi meno abbienti di salute, educazione e costo delle abitazioni. Questo comporta una perdita di fiducia nelle istituzioni che potrebbe portare, in alcuni paesi, anche a dimostrazioni violente (35). Finora le risposte dei governi sono state del tutto insufficienti ma le soluzioni esistono e bisognerà adottarle per un nuovo e più giusto contratto sociale. A parte le differenze tra paese e paese alcuni tratti comuni comunque si possono delineare: una più ampia se non universale copertura per assistenza sociale, sicurezza sociale, salute e servizi base di qualità nonché una maggiore protezione per i lavoratori in particolare quelli più vulnerabili.

Bisognerà pertanto implementare la sanità pubblica e prevedere coperture finanziarie per chi sta in malattia, cosa che avviene in alcuni paesi e non in altri.

L’altro aspetto critico è l’aumentato controllo sociale dovuto alla pandemia. Misure emergenziali che limitano le libertà personali sono e saranno accettabili solo se limitate nel tempo ed universali. C’è poi il problema delle nuove generazioni, le più colpite da queste misure, e che hanno bisogno di trovare ascolto affinché trovino risposte alle loro insicurezze. Già ora i giovani hanno la prospettiva di guadagnare meno ed avere meno in futuro dei loro genitori con probabilità di poter acquistare la propria casa o di avere figli molto minori (36). Per evitare quindi che i giovani si convincano che questo sistema sia ormai irriformabile bisognerà andare incontro alle loro esigenze. Di nuovo, viene fuori tutto l’impianto neokeynesiano ma permane l’impressione che lo si invochi più per necessità di salvare il salvabile che per reale e profonda convinzione.

1.4 Il reset geopolitico: la pandemia ha fatto esplodere il bubbone dell’assenza di un governo mondiale. Infatti, una situazione che richiederebbe risposte globali ottiene solo risposte locali, dovute anche al risorgere d nazionalismi che impongono ai governi di guardare in casa propria (37). Inoltre, la crescente rivalità tra Cina e USA se non risolta porterà a caos, disordine ed incertezza per molti anni in futuro. Ne consegue una sola possibilità: se non si sarà in grado di imporre un nuovo ordine allora il disordine regnerà sovrano (38). I veli di ipocrisia sembrerebbe comincino a cadere: qua si invoca apertamente un ordine mondiale capace di gestire le emergenze, questa e quelle future. E’ questo il grande governo al quale si fa riferimento al punto 1.3.3?

1.4.1 Globalizzazione e nazionalismo: la globalizzazione, che ha portato centinaia milioni di persone fuori dalla soglia di povertà (sic!), sta recedendo (39). Poiché i globalisti non sono stati capaci di darsi delle regole, l’effetto combinato dei costi sociali dovuti alla disoccupazione nei paesi ricchi (quindi la globalizzazione mentre portava fuori dalla povertà centinaia di milioni di persone ce ne gettava altre nei paesi sviluppati) e i rischi connessi con la globalizzazione finanziaria resasi evidente nel 2008 hanno prodotto come effetto il ritorno di protezionismi e nazionalismi. Pur essendo l’economia globale fortemente interconnessa la globalizzazione può essere rallentata o addirittura riportata all’indietro. La pandemia accentua questa tendenza. L’introduzione di misure protezionistiche, vuoi per contenere la pandemia o l’immigrazione, porta al trilemma di Dani Rotrik, dove si dice che dei tre assi portanti, globalizzazione economica, democrazia e stato nazionale solo due su tre sono compatibili essendo il terzo contraddetto dagli altri due (40). Esempio ne sia l’UE dove integrazione economica e democrazia ha portato allo svuotamento dello stato nazionale. Dove l’abbiano vista poi tutta ‘sta democrazia sarebbe interessante saperlo. Invece, la Brexit e l’elezione di Trump rendono chiaro come il risorgere del nazionalismo porta ad un arretramento della globalizzazione. Che peccato! Che vuoi farci però baby? Il capitalismo è così per sua natura, contraddittorio. A fare gli interessi di una parte si finisce con lo scontentarne un’altra col rischio di risorgenti nazionalismi incluso. Spinte verso la deglobalizzazione possono provenire dalla necessità di non dipendere da paesi altri a livello industriale e a livello politico dalle pressioni che vengono sia da destra che da sinistra, in particolare dai movimenti ambientalisti. Ci sono già esempi di stati che hanno incoraggiato economicamente i propri industriali a deinvestire all’estero e reinvestire in patria. Probabilmente l’esito sarà un potenziamento del ruolo e delle funzioni delle organizzazioni regionali quali ASEAN NAFTA, UE ecc. Nei momenti di maggior crisi la storia ci insegna come si siano praticate maggiori misure protezionistiche e, molto probabilmente, ad un maggiore e più stringente intervento statale nei settori definiti strategici e nel controllare il flusso di capitali. Ma una deglobalizzazione eccessiva, ci avvertono gli autori, potrebbe essere estremamente dannosa (per chi?) per questo si dovrà limitare quanto possibile questa tendenza (41). Per questo ci vuole una globalizzazione più inclusiva ed equa sia sul piano sociale che su quello ambientale (mi piacerebbe sapere come si fa questa bella globalizzazione sostenibile) e, per contenere i rinascenti nazionalismi, una qualche efficace forma di governance globale. Non c’è tempo da perdere, secondo gli autori, se non sviluppiamo istituzioni globali capaci di agire il mondo diventerà ingestibile e pericoloso (42). In pratica, per scongiurare pericoli di nazionalismi e/o rivolte, si imponga un nuovo ordine mondiale che sia in grado di imporre le scelte fatte a tutti. Il velo dell’ipocrisia cade qui in maniera definitiva.

1.4.2 La governance globale: se non fosse bastato tutto quello che ci hanno detto nel capitoletto precedente ecco che arrivano ulteriori precisazioni sulla necessità di una governance a livello globale. Prima di tutto, la governance globale e la cooperazione internazionale sono strettamente interconnesse per questo, in un mondo diviso, ogni governance è impossibile. Ma ecco che il Covid-19 rende chiaro anche ai muli più ostinati che problemi globali vanno affrontati da un governo globale, che siano pandemie, cambiamenti climatici, terrorismo o commercio mondiale pena il fallimento delle misure prese dai singoli stati. Insomma, governo mondiale o barbarie!

Sempre il Covid-19 ha reso chiaro cosa può succedere in assenza di un governo globale (sembrerebbe proprio che questa pandemia caschi come il cacio sui maccheroni per i nostri, ndr): misure caotiche prese alla rinfusa e totale assenza di un coordinamento internazionale persino in UE dove, all’inizio, ognuno è andato per conto suo salvo poi correre ai ripari anche attraverso misure di sostegno finanziario (43). La governance globale ha fallito al punto che gli USA hanno smesso di finanziare l’OMS pur essendo questa l’unica organizzazione in grado di coordinare una risposta globale alle pandemia, lo dice pure Bill Gates (44)!

Di nuovo il capitoletto si conclude con la minaccia che se non si farà il governo mondiale il mondo diverrà molto pericoloso (45) e di nuovo mi piacerebbe sapere pericoloso per chi.

1.4.3 La crescente rivalità tra USA e Cina: il Covid-19 ha anche segnato il punto di svolta nel “nuovo tipo di guerra fredda” tra USA e Cina. I cinesi essendo spinti a voler primeggiare dall’umiliazione subita con la guerra dell’oppio e successiva invasione straniera, gli USA dalla volontà di mantenere i propri valori ed il proprio ruolo di supremazia rispetto al resto del mondo. Strano che nessuno dei due combatta il nuovo tipo di guerra fredda semplicemente per portare avanti i propri interessi, misteri dell’era pandemica (46). Chi vincerà? Ci sono tre opzioni possibili: vincono i cinesi, vincono gli americani, nessuno dei due essendo l’opzione tutti e due ovviamente impossibile (bisogna essere veramente dei geni per giungere a queste conclusioni!). Vediamo le ragioni a sostegno dei tre possibili esiti: vincono i cinesi perché, punto primo, la potenza militare USA si è rivelata irrilevante nel combattere un nemico invisibile, punto due perché la risposta debole del governo USA è da incompetenti, punto tre ha reso manifesti alcuni aspetti scioccanti della società americana quali le profonde diseguaglianze, l’assenza di un sistema di protezione medico universale ed il razzismo interno verso i neri. Insomma, se vinceranno i cinesi sarà per demerito degli americani. In aggiunta, i cinesi sono anche arrivati per primi nell’offrire aiuto durante la pandemia come mostrano i 31 medici cinesi arrivati in Italia a marzo 2020. Tuttavia, saranno le scelte del “resto del mondo”, in sostanza con chi si alleeranno, a determinare l’esito finale dello scontro (47). Seconda opzione, vincono gli americani: l’egemonia USA, sebbene in declino, non sembra essere tuttavia sufficientemente indebolita per abdicare al suo ruolo. Se poi ci mettiamo il ruolo del dollaro come bene rifugio ecco che prevedere la sconfitta degli USA appare esagerato. Mettiamoci poi le debolezze strutturali cinesi ed il gioco è fatto (48). Terza opzione, nessuno dei due: secondo i sostenitori di questa tesi, la pandemia avrà talmente colpito duro entrambi che alla fine ne usciranno fortemente indeboliti. Inoltre, il virus ha mostrato come le superpotenze hanno peggio gestito la crisi mentre realtà molto piccole come Singapore, Islanda o Israele le hanno sapute gestire al meglio (49). Chissà se questa terza opzione piace agli autori visto che piccolo è bello è l’esatto contrario di un mondo più o meno globalizzato e dotato di una governance efficace che auspicavano poco prima. Comunque sia, l’unica cosa certa è che la rivalità tra USA e Cina è destinata a crescere.

1.4.4 Stati fragili e in fallimento: per molte economie fragili, soprattutto quelle basate sul turismo e sulle rimesse degli emigrati, ma non solo, la pandemia potrà essere il colpo di grazia. La conseguenza sarà un aumento dei disordini sociali, con tumulti, fazioni armate in lotta e fame. Il crollo del commercio globale, con conseguente crollo del prezzo delle materie prime, sarà un elemento critico anche per economie che si basano ad esempio sull’esportazione del petrolio. Mai previsione fu più errata, al momento di scrivere il prezzo del Brent è di 69,46 $ a barile, alla faccia del crollo del prezzo! Resta il fatto che per gli stati che vivono di turismo, rimesse dall’estero e materie prime il cui prezzo cala o calerà, le conseguenze saranno molto severe portandone diversi al fallimento. Questo si rifletterà anche sui paesi ricchi provocando nuove migrazioni di massa simili a quelle viste negli anni precedenti (50). Vuoi vedere che la governance globale debba servire anche a tenere a bada queste masse di disperati, magari con il metodo del bastone e della carota stavolta sotto forma di un pugno di riso “generosamente” elargito dai ricchi? Del resto chi vorrebbe trovarsi davanti alla porta di casa la fastidiosa vista di gente affamata e disperata? Ultima domanda: perché mai non una parola, nemmeno una, viene spesa sul come evitare che gli stati fragili siano poi così fragili o addirittura destinati a fallire? Forse non interessa?

1.5 Il reset ambientale: pandemie, cambiamenti climatici e collasso dell’ecosistema sono più concatenati di quanto comunemente si creda e presentano diversi tratti comuni sebbene permangano delle importanti differenze. I tratti comuni sono: primo, sono rischi che si conoscono bene e che si propagano velocemente in un mondo interconnesso come il nostro. Secondo, non hanno un andamento lineare e possono produrre effetti catastrofici da qualche parte. Terzo, è quasi impossibile misurare le probabilità e la distribuzione del loro impatto che li rende difficili da gestire politicamente. Quattro, sono globali per loro natura e possono essere indirizzati solo in modo globalmente coordinato. Cinque, colpiscono in modo sproporzionato i paesi e le fasce di popolazione più deboli (51).

Che cosa li differenzia? Le più importanti differenze sono: l’orizzonte temporale ed il problema della causalità. L’orizzonte temporale fa sì che, mentre il rischio pandemico è quasi istantaneo e richiede misure immediate che portano a risultati immediati, il rischio ambientale richiede azioni immediate ma porta a risultati nel medio e lungo termine (52). La causalità rende chiaro, nel caso della pandemia, il nesso tra SARS-CoV-2 e Covid-19, mentre nel caso del rischio ambientale i nessi sono tutt’altro che chiari e gli stessi scienziati non sono concordi nell’indicarli. In una pandemia, la maggioranza dei cittadini accetta di buon grado misure coercitive ma sarebbe molto meno disposta ad accettarle in caso di politiche restrittive finalizzate alla tutela dell’ambiente sull’efficacia delle quali si potrebbe discutere (vuoi vedere che ce le vorranno imporre con la forza?). Inoltre, lottare contro una pandemia non necessità profondi cambiamenti socio-economici, lottare contro i rischi ambientali sì (53).

1.5.1 Coronavirus e ambiente.

1.5.1.1 Natura e malattie zoonotiche: ci viene detto quanto le attività umane e la conseguente erosione di ambenti naturali abbia drammaticamente accorciato la distanza tra animali selvatici e uomo, costringendoli a frequentare ambienti per loro innaturali quali le città e favorendo il salto di specie, quel passaggio da animale a uomo di un virus che, visto dal suo punto di vista, rappresenta l’unica via di uscita date le condizioni (54). Se continuiamo così, ci avvertono, le malattie zoonotiche aumenteranno ulteriormente con nuove pandemie da affrontare. Se da un lato la difesa dei suoli è cosa sacrosanta, dall’altro le ragioni addotte a pretesto, alla luce dell’emergere quasi ufficiale dell’origine artificiale del virus SARS-CoV-2, suonano risibili e datate. Non è colpa di pipistrelli e pangolini se ci troviamo in questa situazione, si puntino i riflettori altrove.

1.5.1.2 Inquinamento dell’aria e rischio pandemico: che l’inquinamento atmosferico causi decessi era cosa nota ma che provocasse un esacerbarsi delle infezioni da coronavirus con conseguente aumento della letalità provocata da questa famiglia di microrganismi è divenuto chiaro dal 2003 quando si è reso manifesto il nesso tra mortalità da SARS e inquinamento (55). Da allora diversi studi hanno palesato i nessi, soprattutto per quel che riguarda i nessi tra particolato e malattie. Questo spiegherebbe (condizionale) l’elevato tasso di mortalità rilevato in Lombardia, una delle regioni più inquinate d’Europa (una delle, ma le altre? ndr). Se a qualcuno fossero venute in mente altre cause o per lo meno concause sappia che è fuori strada, disinquinate e non capiterà più.

1.5.1.3 Lockdown ed emissioni di carbonio: si stima che le emissioni di carbonio diminuiranno del 2020 di circa l’8%  (si ricordi che il libro è stato pubblicato a giugno 2020, ndr) e questo è sconfortante. Infatti, l’impatto dell’agricoltura, dell’industria e del consumo di elettricità, attività proseguite anche durante il lockdown, è di gran lunga più importante rispetto alle attività individuali tipo usare l’automobile. In più, l’emissione di carbonio generata dal consumo di elettricità dovuto all’accensione delle apparecchiature elettroniche usate per trasmettere dati equivale alle emissioni prodotte dall’intera industria aerea. Se ne conclude che misure efficaci per ridurre le emissioni possono essere solo, prima di tutto, produrre energia in modo radicalmente diverso, cambiare abitudini di consumo, andare a piedi e non in macchina, lavorare di più da remoto, vacanze vicino casa (a questo punto direi proprio a casa, ndr) (56). Visto che non si dice una parola su come produrre energia in modo radicalmente diverso mentre se ne spendono diverse sul come dobbiamo cambiare abitudini ne deduco che dovranno essere prevalentemente le nostre vite a dover cambiare.

1.5.2 L’impatto della pandemia sui cambiamenti climatici ed altre politiche ambientali: la pandemia rischia di oscurare per molti anni le tematiche ambientali e spingere i governi ad adottare politiche che stimolino produzione e consumi nel post pandemia per recuperare quanto più velocemente i danni subiti dal tessuto economico. Ma esiste un’altra possibilità legata a quest’unica finestra di opportunità per spingere verso un’economia sostenibile per il bene delle nostre società (57). La tentazione di recuperare velocemente terreno sul piano economico può essere contrastata da alcune cose: primo, leaders illuminati. Alcuni di loro potrebbero esortarci a fare buon uso della pandemia (di nuovo appare la stessa come un specie di benedizione) come ha fatto il Principe di Galles (sic!) ad Andrew Cuomo (arisic!) ed il ministro danese Jorgensen (sic!                     alla terza) suggerendo che la transizione ad un’energia pulita aiuterebbe anche l’economia (58). Secondo, la pandemia ci ha reso chiaro che corriamo gravi rischi. A fronte del fatto che ci saranno altre pandemie (altra profezia) dobbiamo riconoscere che i cambiamenti climatici sono un tema più grande ed urgente (59). Terzo, cambiamento di comportamenti. Il lockdown ci ha costretti a vivere in modo più verde (clamorosa menzogna, basti pensare al gigantesco aumento del consumo di plastica e altri materiali usati per le consegne a domicilio nonché all’indecoroso aumento dei rifiuti gettati per strada a partire dalle mascherine che stanno insozzando ancor di più anche i nostri mari) e focalizzare l’attenzione sul necessario (tipo la televisione?). Inoltre, potremmo renderci conto che il telelavoro è bello e che pandemia ed inquinamento dell’aria sono strettamente intrecciati ed allora tutti ci comporteremmo in modo più responsabile. Che poi chi a suo tempo mise in relazione l’alto numero di contagi ad esempio delle province di Bergamo e Brescia con l’alto livello di inquinamento atmosferico sia stato tacciato di complottismo appare un dettaglio trascurabile. L’importante è che a dirlo siano i nostri due eroi (60). Quarto. l’attivismo. Alla fine gli attivisti del clima potranno trarre nuovo vigore dalla pandemia e mettere maggior pressione alle politiche future. Possiamo immaginare dimostranti che manifestano fuori dalle centrali ed investitori che negano l’accesso ai capitali alle centrali stesse (61). Ma che figo questo connubio tra attivisti ed investitori! Ma tutta questa sensibilità sociale questi fantomatici investitori da dove la tirerebbero fuori visto che finora casomai hanno brillato per cinismo e spregiudicatezza? Comunque, alcuni segnali, tra cui l’europeo Green Deal, inducono all’ottimismo e a pensare che l’economia del futuro sarà più verde. Si può imprimere una direzione decisa ed irreversibile a questo processo attraverso ingenti interventi pubblici che spingano i privati attraverso il meccanismo dei finanziamenti per la ripresa vincolati a politiche più verdi. In questo modo si potrebbero creare fino a 17 milioni di posti di lavoro attorno a questa nuova economia (62). Quello che non capisco però è perché mai il pubblico dovrebbe finanziare i privati a questo scopo. Non sarebbe più semplice che dell’interesse pubblico se ne occupasse appunto il pubblico e non il privato? Non è per caso l’ennesimo esempio di trasferimento di risorse pubbliche in mani private, ovvero l’ennesima rapina a danno di molti ed a favore di pochi?

1.6 Il reset tecnologico: questo capitolo è il più inquietante di tutti. A parte le ovvie considerazioni legate all’immensa accelerazione dello sviluppo tecnologico e del suo rapidissimo e massiccio ingresso nel mondo della produzione, fenomeno destinato ad aumentare ulteriormente e non poco, mi preme sottolineare due punti: il primo, si fa chiaro ed aperto riferimento della possibilità di intervenire con le biotecnologie sulla genetica (63), immagino degli esseri umani, secondo, si rivendica la necessità del tracciamento continuo delle persone sebbene, bontà loro, possa diventare uno strumento di sorveglianza di massa (perché, che altro potrebbe essere?) (64).

1.6.1. Accelerando la rivoluzione digitale: non vale la penna soffermarsi tanto su questo capitoletto, si ripetono cose ovvie tipo la trasformazione digitale ha subito una brusca accelerazione. Tuttavia si dice che alcuni cambiamenti quali telelavoro, DAD, acquisti online, cure ed intrattenimento potrebbero divenire digitali per sempre (65).

1.6.1.1. Il consumo: qua si saluta con favore, sottolineando la maggior economicità e ecologicità dell’ online rispetto all’outline, di certe abitudini acquisite durante il lockdown: per chi studia essere davanti ad uno schermo non inficia la convivialità dello stare in una classe ed è più economico e sicuro, come lo è il non recarsi di persona ad un meeting di lavoro oppure il non fare km per un week end coi parenti, tanto c’è whattsapp family group! (66)  Tutto ciò si può tranquillamente fare online. Se vi piace questa prospettiva allora tenetevi il grande reset.

1.6.1.2: Il regolatore: qua ci viene spiegato tramite un paio di esempi, telemedicina e uso di droni per consegne, che le accelerazioni imposte dalla necessità hanno forzato i governi a mettere in pratica rapidamente quello che prima veniva fatto molto lentamente. Né i pazienti né gli enti regolatori che l’hanno resa possibile vorranno tornare indietro una volta sperimentato quanto semplice e conveniente sia la telemedicina (davvero?) (67). Insomma, abituiamoci a vederci consegnate le cose che ordiniamo e magari pure la posta da un drone. Molto meglio, è più veloce!

1.6.1.3: L’impresa: per chi non l’avesse ancora capito e si illude che distanziamento fisico e sociale siano misure temporanee si disilluda al più presto, ci viene annunciato che in un modo o in un altro sono misure destinate ad essere permanenti. Di conseguenza, il bisogno di minimizzare i contatti umani sul posto di lavoro imprimerà un’ulteriore accelerazione al processo di automazione. Secondo uno studio di Oxford, entro il 2035 l’89% dei posti di lavoro nella ristorazione, il 75% nella vendita al dettaglio ed il 59% nell’intrattenimento potranno essere automatizzati. Se poi qualcuno non dovesse fidarsi del sommelier robotizzato si rassegni, questa è la minestra che dovremo ingoiare (68). Eserciti di robotini sono pronti a riversarsi sulle nostre strade per le consegne e così la telemedicina automatizzata permetterà diagnosi e terapie nel tempo di uno starnuto, con buona pace dei medici che si ostinano a visitare i propri pazienti. Tutto questo naturalmente per il nostro bene, così non ci contagiamo! (69).

1.6.2  Tracciamento dei contatti, monitoraggio dei contatti e sorveglianza: naturalmente, il controllo della pandemia necessita di tracciamento e monitoraggio continui per individuare al più presto i contagiati e poterli isolare ed in questo senso la tecnologia può essere di grande aiuto (70). Tracciamento e monitoraggio sono così essenziali per sconfiggere una pandemia che viene il dubbio di come abbia fatto l’umanità a cavarsela finora senza tutte queste belle novità! Tutto questo è facile da realizzare: è sufficiente tracciare i movimenti delle persone attraverso il telefonino oppure dove viene utilizzata la carta di credito (ma che succede se qualcuno si dimentica il telefonino da qualche parte e quel giorno non usa la carta di credito?). Qualcuno ha richiesto addirittura l’obbligo di indossare un braccialetto elettronico in certe circostanze (71)! Segue un lungo panegirico dell’app immuni e similari, le quali però, come ben sappiamo, hanno miseramente fallito come ben si intuiva già un anno fa. Tuttavia non tutto è perduto, la paura di nuove pandemie potrebbe far ricredere molti di quelli che non hanno voluto farsi tracciare con le app e permettere anche alle imprese un maggior controllo digitale sui loro lavoratori (ecco a che servono le app!) (72).

1.6.3 Il rischio distopico: nei prossimi mesi ed anni ci ritroveremo di fronte una discussione animata tra chi sosterrà che è da matti non barattare un bel po’ di privacy in cambio di una maggior efficacia in situazioni di vita o di morte e chi invece sosterrà, come già accaduto dopo l’11 settembre, che misure di limitazione alla libertà personale diverranno permanenti e non verranno rimosse mai (73). Diversi pensatori, come Yuval Noah Hrari sostengono che dobbiamo scegliere tra totalitarismo della sorveglianza e potere ai cittadini (74). Evgeny Morozov si spinge anche oltre preconizzando un futuro tecnototalitario (75). Quindi, sostengono gli autori, il rischio distopico esiste. Ma perché, quello di cui hanno scritto prima prefigura un futuro bello ed armonioso? Disoccupazione di massa, miseria, distanziamento fisico e sociale ecc ecc sono un sogno da realizzare? A me sembra che tutto il libro fin qui prefiguri un futuro distopico e non solo se si realizzerà la tecnodittatura. Il capitolo si conclude con una curiosa ed inquietante citazione di Spinoza: “la paura non può esistere senza la speranza e nemmeno la speranza senza la paura”. Insomma, grazie alla paura, seminata a piene mani in questi 15 mesi, le priorità saranno salute e star bene, per quel che riguarda il resto, e cioè che non si arrivi alla tecnodittatura, confidiamo nei governanti, dei quali, notoriamente, possiamo fidarci ciecamente (76). Insomma, continuate a spaventarli e vedrete che accetteranno tutto.

Autore: Paolo OspiciResettiamo il Reset Capitolo primo: Il Macro Reset

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