Resettiamo il reset – Capitolo 3 reset degli individui

Scritto da il Dicembre 12, 2021

Capitolo terzo:

reset degli individui

dove ci viene presentato l’uomo nuovo che emergerà dalla pandemia.

Le conseguenze della pandemia hanno investito anche la sfera individuale portando molti a dubitare della loro sicurezza economica, psicologica e fisica. Se combiniamo tutto questo con lo stress indotto dai lockdown e dalla sensazione di insicurezza su ciò che sta per venire, ecco che potrebbe cambiarci nel modo in cui ci relazioniamo agli altri e al mondo. Per alcuni, quel che comincia come un cambiamento potrebbe concludersi con un reset individuale (117).

3.1. Ridefinendo la nostra umanità

3.1.1. Siamo fatti come gli angeli migliori…oppure no

Eventi estremi tirano fuori da dentro ognuno di noi i lati migliori e quelli peggiori. Nel marzo 2020, in Italia si sono avute dimostrazioni di sensibilità collettiva e momenti di mutuo soccorso e sostegno per coloro maggiormente in difficoltà. Ovunque, valori quali cooperazione, idee comunitarie, sacrificio di interessi personali in nome del bene comune sono venuti a galla. Di contro, l’individualismo sfrenato ha perso terreno fino ad eclissarsi (118). Pertanto sorgono spontanee alcune domande: potrà la pandemia generare un mondo migliore e persone migliori? Sarà seguita da un cambio di valori? Nutriremo i nostri obblighi di esseri umani e più intenzionati a mantenere le connessioni sociali? Semplicemente, diventeremo più premurosi e compassionevoli? (119). Tuttavia la storia insegna che mentre in seguito ad una catastrofe naturale la gente si stringe attorno agli altri durante una pandemia, essendo di lunga durata e caratterizzata da incertezze che generano angoscia, tende piuttosto a ritrarsi, e, presi dall’incertezza, si finisce col cadere vittime di una chiusura cognitiva . Questo poi si traduce in fonte di vergogna legata al fatto di sentire che non si sta facendo nulla per gli altri e si bada solo a se stessi. Ci sono naturalmente eccezioni, come ad esempio gli sforzi del personale medico e paramedico, ma pur sempre di eccezioni si tratta (120). Gli psicologi ci spiegano che in seguito alla chiusura cognitiva si finisce per pensare in bianco e nero e a cercare soluzioni semplicistiche ai problemi il che apre la strada alle teorie cospiratorie, al diffondersi di voci, fake news, menzogne ed altre idee pericolose (quindi se ho capito bene l’antidoto contro il pensare in bianco e nero consiste nel rifiutare aprioristicamente qualsiasi altra opzione, il che significa in sostanza che per smettere di pensare in bianco e nero bisogna pensare in bianco e nero!) (121). La fragilità porta alla dipendenza dagli altri ma porta con sé anche un frutto avvelenato: il risorgere di  sentimenti patriottici e nazionalismi con annesse problematiche di carattere religioso ed etnico  che può portare ad attribuire la colpa di tutto all’altro da sé (122). Se da un lato i precedenti storici non sono incoraggianti, dall’altro questa pandemia ha reso chiaro che senza collaborazione tra nazioni non può esserci via d’uscita. Di nuovo, si invoca una governance globale come soluzione a tutti i problemi (123).

3.1.2. Scelte morali: volenti o nolenti tutti, cittadini e governi, si sono dovuti confrontare con questioni filosofiche quali la definizione di bene comune. Privilegiare l’economia o l’attenzione verso i più deboli? (124) Si tratta in ultima analisi di scelte profondamente influenzate dalla filosofia morale. Anche le decisioni individuali, quali devo aiutare chi è in difficoltà ed essere empatico con chi la pensa diversamente, è giusto mentire al grande pubblico per un bene superiore (ebbene sì, anche questo diventa ammissibile), è accettabile non aiutare vicini affetti da Covid-19, devo licenziare alcuni lavoratori per salvare il business e quindi gli altri e via moraleggiando, sono alla fine influenzate da considerazioni etiche (125). Le scelte portano con sé conseguenze che hanno a che fare con l’etica: le malattie uccidono ma anche miseria e povertà uccidono. Ne consegue che società fortemente individualiste non danno protezione sufficiente ai cittadini che perdono il lavoro o la salute e quindi sono poco solidali (126). Su questo non ho nulla da eccepire. Anche il tema dell’equità è esploso con la pandemia. La percezione diffusa è che speculare in momenti di emergenza non è equo né accettabile (127). Anche su questo nulla da eccepire. Il capitoletto si chiude con un grosso se: potrebbe accadere che in futuro abbandoneremo gli interessi personali a favore di maggiore inclusione ed equità (128). Ma questo è davvero un grosso se…

3.2. Salute mentale e benessere: I nostri due eroi si sono accorti che la pandemia ha avuto effetti devastanti sulla salute mentale (129). Detta così si tratta di una palese menzogna, il virus non provoca nessun danno alla salute mentale e infatti più giù si spiegano meglio, ma iniziare il discorso con il binomio pandemia – salute mentale non è, a mio parere, casuale. Si riportano stime che dicono che la depressione è destinata a diventare la seconda causa di malattia superando l’infarto cardiaco (130). Più sotto, si ammette che il bombardamento continuo di tragici bollettini amplificati dai media hanno generato effetti disastrosi sulla nostra salute mentale. Se a questo sommiamo la deprivazione forzata di contatti umani dovuta alle chiusure, l’incertezza per il futuro per chi ha perso il lavoro, la paura per una annunciata (e poi avvenuta, ndr) seconda ondata, ha prodotto uno stato di angoscia collettiva (131). Per molti certi dilemmi proseguiranno anche oltre la fine dei lockdown tipo sarà sicuro prendere l’autobus, andare al ristorante ecc (132). Molti hanno visto aggravarsi oppure esplodere il loro stato di salute mentale e per diverse persone potrà sfociare in episodi clinici acuti (133). Altro problema grave: i lockdown hanno moltiplicato gli episodi di violenza domestica soprattutto a carico di donne e bambini. La coesistenza forzata di vittime e carnefici ha amplificato comportamenti già presenti chiudendo per altro alle vittime ogni possibile via di fuga (134). Nessuno strumento di comunicazione a distanza potrà mai colmare il vuoto lasciato dall’impossibilità di comunicare di persona anche attraverso la comunicazione non verbale e quindi nessuna piattaforma online potrà mai essere pienamente soddisfacente per noi. Di nuovo, il virus, nuovamente ed impropriamente messo in relazione con la salute mentale, e non come sarebbe più corretto come peraltro descritto prima, le misure per contenerlo, non ha creato un problema ma ne ha amplificato uno già esistente e, se i governi non ne terranno conto nell’era post pandemia, inevitabilmente questo resetterà le vite di molti (135). Sono pronto a scommettere però che il problema della salute mentale si porrà in modo diseguale ad esempio da noi in Italia piuttosto che in Svezia. Ma cosa si può fare intanto per almeno mitigare questa situazione? Su questo non viene detta neanche una parola, nemmeno una cosetta minimale quale potrebbe essere un invito ai media ad essere un po’ meno catastrofisti, ad esempio affiancando al tetro elenco giornaliero dei contagiati e dei morti il numero di dimessi e guariti, piccola iniezione di ottimismo in un mare di terrore sparso a profusione e che potrebbe, seppur solo in parte, contribuire a ridurre quelle ansie e quelle paure che minano la nostra salute mentale da qui al futuro.

3.3. Cambiando priorità: crisi come una pandemia ci costringono a confrontarci con le nostre ansie e le nostre paure dandoci una grande opportunità di introspezione (136). Ci ha regalato più tempo, più quiete e più solitudine dandoci l’opportunità di pensare più profondamente sul chi siamo, che cosa conta davvero e cosa vogliamo davvero. Di nuovo, è la pandemia che ha prodotto tutto questo e non le misure adottate per contenerla. Potrebbe portarci (condizionale) ad un cambio di priorità sul come socializziamo, come ci prendiamo cura del prossimo, esercizio fisico, gestione della salute, educazione dei figli financo come immaginiamo la nostra posizione nel mondo (137). Insomma, ancora una volta la pandemia offre grandi opportunità, stavolta di introspezione. Ed io che credevo che ansie e paure fossero un problema e mi sembrava lo fossero anche per loro visto il capitoletto dedicato alla salute mentale or ora analizzato, invece no, sono una grande opportunità! Grazie pandemia e soprattutto grazie lockdown e distanziamento sociale, senza di voi non sarei mai potuto diventare una persona migliore! E’ proprio vero, non si finisce mai di imparare.

3.3.1. La creatività: l’entusiasmo per le pandemie raggiunge qui vette altissime: i disastri stimolano la creatività secondo loro. Ci dicono che ci sono pochi dubbi sul fatto che nei prossimi anni assisteremo ad un’esplosione di creatività nel campo del digitale e delle biotecnologie e lo stesso potrebbe accadere nell’ambito delle scienze e dell’arte (138). Newton ha scoperto le leggi della gravità e dell’ottica durante un lockdown (139), Shakespeare si dedicò alla poesia e scrisse in un solo anno Re Lear, Macbeth e Antonio e Cleopatra (140) e Puskin ha concluso il suo capolavoro Eugene Onegin sempre durante un lockdown (141). Quindi, nonostante il catastrofico impatto che ha avuto la pandemia su cultura e spettacolo, non dovremmo sorprenderci più di tanto se da tutto questo verrà fuori creatività e ispirazione (142). Ne deduco che tutti gli altri artisti e scienziati che hanno dovuto operare senza lockdown sono stati pesantemente penalizzati da questa circostanza. Chissà quante altre cose avrebbe scoperto Einstein se non fosse stato costretto a perdere tempo in giro ad illustrare le sue scoperte e lavori e lo stesso potrebbe dirsi di tutti gli altri che hanno avuto meno fortuna di Newton, Shakespeare e Puskin. Per questo mi sento di fare una bella proposta per il bene di tutti: perché aspettare pandemie e lockdown per stimolare la creatività di costoro? Chiudiamoli tutti forzatamente per qualche anno a prescindere, e vedrete quante belle scoperte e quante opere d’arte avranno prodotto nel frattempo! Così, quando finalmente li tireremo fuori dopo un periodo sufficientemente lungo di isolamento da garantirci che avranno trovato tutti gli stimoli necessari , tutta l’umanità potrà beneficiare delle loro opere.

3.3.2  Il tempo: la pandemia e i conseguenti lockdown hanno alterato la nostra percezione del tempo. I giorni sembravano più lunghi e tutti uguali, come i prigionieri hanno spesso testimoniato (dunque eravamo prigionieri?) (143). viviamo in un’era dominata dall’alta velocità a causa della tecnologia che ha prodotto una cultura dell’immediatezza e ci sentiamo sempre sotto pressione a causa del bisogno di tempo (144). Potrebbe (condizionale) l’esperienza dei lockdown cambiare tutto questo? Potrebbe (condizionale) il bisogno di essere maggiormente psicologicamente resilienti spingerci a rallentare e a prestare maggiore attenzione allo scorrere del tempo? (145) Potrebbe essere uno dei risvolti più inaspettati il renderci maggiormente sensibili al tempo trascorso con gli amici, al ritmo delle stagioni e della natura e più in generale a tutte quelle piccole cose per apprezzare le quali ci vuole un po’ di tempo. Potremmo (condizionale) resettare il nostro rapporto col tempo a favore di una nostra maggiore felicità (146). Questo capitoletto contraddice radicalmente tutto l’impianto del libro: infatti, se la tirannia del tempo e l’alta velocità sono un prodotto della tecnologia come dicono gli autori (che poi non sia vero ma che sia una necessità della produzione della quale la tecnologia è solo lo strumento è un altro conto, limitiamoci a quel che è scritto qui), allora l’unico rimedio possibile consiste in meno tecnologia, insomma in una specie di tecnoluddismo, che porti il mondo attuale ad un rallentamento forzato. Ma questo è l’esatto opposto di quanto fin qui prefigurato ed osannato.

3.3.3. Il consumo: nell’era post pandemica le nostre abitudini al consumo potrebbero cambiare radicalmente. In parte a causa dei rischi annessi ai cambiamenti climatici, in parte perché acquistare l’ultimo prodotto alla moda diventerà per molti inaccessibile, e di conseguenza il consumo compulsivo e l’ostentazione di ricchezza potrebbero diventare addirittura disvalori (147). Si potrebbe assistere ad una giapponificazione del mondo, laddove il Giappone è tra i paesi ricchi quello col livello più basso di diseguaglianza e contestualmente il più basso livello di consumo cospicuo. Di contro, ha una durata media della vita elevata e l’importanza dell’attenzione verso la natura (e Fukushima dove la mettiamo?) e abitudini quali i bagni in foresta fanno parte della quotidianità e non danno l’impressione di rendere meno felici, piuttosto l’opposto (148). Anche questo potrebbe (condizionale) essere un punto di reset individuale: accorgersi che un consumo eccessivo non è buono né per noi né per il pianeta (149). Se fossi in loro toglierei il condizionale, tanto saremo presto costretti tutti, volenti o nolenti, ad essere più frugali vista la catastrofe annunciata. Se poi saremo anche più felici è tutto da dimostrare.

3.3.4. Natura e benessere: la pandemia ha reso chiaro che la natura è un formidabile antidoto contro il malessere. Di contro, allontanarsi dalla natura nuoce al nostro cervello, ai nostri corpi, alle nostre emozioni e alla nostra salute mentale (150). Non solo, si dice che anche nei paesi con le restrizioni più forti le autorità sanitarie raccomandano comunque di passare alcune ore all’aria aperta (151). Qualcuno informi Speranza per favore. Inoltre, oltre alle misure quali distanziamento ecc altri due fattori rendono il corpo maggiormente resiliente al virus: immunità e infiammazione. La natura gioca un ruolo importantissimo aumentando l’una e diminuendo l’altra (152). Anche di questo qualcuno informi Speranza. Quindi, spendiamo tempo nella natura, mangiamo meglio, dormiamo meglio e facciamo esercizio. Si può stare bene anche in età avanzata (153). Esattamente quello che ci raccomandano ogni giorno i superesperti star televisivi che vediamo tutti i giorni sui nostri schermi, non è forse così?

Autore: Paolo OspiciResettiamo il Reset Capitolo terzo: Reset degli individui

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