Resettiamo il reset – Capitolo 2 micro reset (industria e business)

Scritto da il Dicembre 7, 2021

Capitolo secondo:

Il micro reset (industria e business)

dove si spiega come e perché alcuni ne usciranno bene e altri no.

Nell’introduzione stessa al capitolo ci si spiega che a parte le imprese che ovviamente ci guadagneranno e cresceranno dalla pandemia, tipo quelle collegate alla salute ecc (77), le altre nella migliore delle ipotesi se la passeranno molto male, e nella peggiore spariranno proprio a meno che non sapranno cogliere l’opportunità unica che la pandemia rappresenta per ripensare la loro organizzazione e cambiare (78). Nella competizione che traghetterà verso l’era post pandemia le grosse aziende saranno sicuramente avvantaggiate per via degli introiti e dei capitali che possono avere a disposizione anche se i piccoli potranno giocarsi la carta della flessibilità per adattarsi meglio (e pazienza se perderanno così la loro identità, ndr) (79). Di nuovo, la pandemia ci è presentata qui come un’opportunità, questa volta per introdurre tecnologia nel ciclo produttivo.

2.1: micro tendenze: le imprese che usciranno rafforzate e vincenti dalla pandemia sono quelle che si mostreranno più agili e flessibili ad adattarsi con celerità e decisione (80).

2.1.1: accelerazione della digitalizzazione: ovviamente il lockdown ha fatto accelerare il passaggio dall’offline all’online. Marchi come Amazon, Alibaba, Netflix e Zoom emergono già come vincitori (81). L’accelerazione della digitalizzazione è stata massiccia in tutti i campi, dalla produzione alla distribuzione, dall’educazione alla telemedicina alla offerta di pubblici servizi online ecc. In futuro ci si aspetta non solo nessuna inversione di tendenza ma addirittura un’ulteriore aumento dell’offerta almeno nel campo della telemedicina fino ad arrivare a smart toilettes (le chiamano proprio così) capaci di elaborare dati e fare analisi sul nostro stato di salute, con buona pace di chi credeva che per interpretare correttamente le analisi ci volesse un medico, d’ora in poi basterà il cesso (82). Viene da chiedersi se per costoro il nostro stato di salute vale tanto quanto gli escrementi. Similmente, la diffusione forzata dell’online banking è destinata a diventare strutturale poiché anche i consumatori si accorgeranno che è più semplice e rapido (83). Allo stesso modo, la diffusione degli acquisti online implementerà ulteriormente questo tipo di business ed i consumatori lo troveranno tutto sommato comodo e così giganti come Amazon e Walmart emergeranno dalla crisi ancora più forti. Bella prospettiva! Di contro, piccoli e grandi negozi di strada subiranno un’ulteriore ridimensionamento (84).

2.1.2: catene distributive resilienti: la complessità delle attuali catene di approvvigionamento rendono le stesse fragili e vulnerabili e si renderà inevitabile un loro accorciamento e passare dal just-in-time al just-in-case (85). La pandemia ha mandato in crisi un modello basato su catene di approvvigionamento molto complesse basate sull’ottimizzare i costi inseguendo il prodotto a costo più basso. Ora si impone un modello di ricerca del fornitore basato su certezze e capacità di soddisfare le richieste anche a prezzo di costi che saranno necessariamente più elevati e di conseguenza prezzi finali più elevati ma che in cambio porteranno una maggior resilienza (86). Domanda: ma questi prodotti più cari, pur essendo assolutamente condivisibile il “de profundis” all’inseguimento del fornitore che garantisce il prodotto a costo minore possibile e che porta con sé anche gravissimi problemi etici tra cui lo sfruttamento del lavoro minorile, a chi sarebbero destinati vista la catastrofe umana e sociale descritta nel capitolo 1? Ai pochi che ne usciranno vincitori?

2.1.3: governi e business: il Covid-19 ha riscritto le regole delle relazioni pubblico-privato ed in futuro il pubblico si intrometterà sempre più nella vita delle compagnie in particolare su tre punti: salvataggi condizionati, appalti pubblici e mercato del lavoro (87). Alcuni esempi: per il primo punto, salvataggi condizionati, l’esempio viene dalla Germania e dal salvataggio della Lufthansa a patto che non vengano elargiti dividendi agli azionisti (88). Verrebbe da dire un successone. Veniamo al secondo punto, gli appalti pubblici: esempio, la commessa del governo americano per 40.000 ventilatori polmonari mai consegnati e che mai lo saranno (89). Successone ancora più grande del precedente. Viene da chiedersi perché mai, come i nostri asseriscono, queste cose in futuro non capiteranno più, chi garantisce, loro? (90) Terzo punto, il mercato del lavoro: molto probabilmente (probabilmente, non certamente), il lavoro a chiamata verrà colpito da maggiori tasse e obblighi sociali. Già prima della pandemia questo tipo di offerta di lavoro era sotto i riflettori, dopo la pandemia i governi obbligheranno ad assumere con regolari contratti questi lavoratori, fornire loro previdenza sociale (alla quale provvederà lo smart-cesso di cui sopra, ndr)  e copertura sanitaria, quindi assumere lavoratori a chiamata diverrà sconveniente e potrebbe (condizionale) sparire (91).  Mi chiedo se questa è la letterina dei desideri scritta a Babbo Natale, l’ennesima profezia oppure si evocano certi scenari perché si confida fermamente nella magia.

2.1.4: capitalismo ad interesse diffuso e ESG: la pandemia ha reso necessaria per le imprese capitalistiche una maggiore attenzione all’ESG (acronimo di Environment, Social e Governance, cioè ambiente, società e governo, ndr) ed agli interessi di tutta la società (in inglese viene chiamato stakeholder capitalism per distinguerlo dal shareholder capitalism, capitalismo basato sul profitto, in altre parole una specie di “capitalismo sociale”, ndr) (92). D’ora in poi le imprese dovranno badare alle esigenze di tutte le parti in causa e non sol degli azionisti (93). Questo processo può essere spiegato in tre punti: il primo, la crisi ha generato un senso di urgenza rispetto a politiche ESG; il secondo, l’assenza di ESG può essere di danno per le imprese che non se ne facciano carico; terzo, badare al benessere economico e sociale dei propri lavoratori aumenterà la reputazione di un marchio (94). Ci sono già dati che mostrano come, ad esempio, le imprese con strategie ESG hanno avuto migliori performance in borsa (peccato però che le performance in borsa siano orientate dai grossi investitoti, quindi in sostanza sono loro che determinano l’andamento e non la natura dell’impresa, ndr) oppure che imprese con forte tasso di ESG hanno superato di gran lunga nelle loro performance le altre non solo per la loro minore dipendenza dalle fonti energetiche non rinnovabili (95). A questo punto ho una domanda per i nostri due amici: ma questo bellissimo capitalismo sociale, che per altro mai si è visto nel corso della storia salvo alcune lodevoli e soffocate sul nascere sperimentazioni, tipo l’omonima azienda ai tempi di Adriano Olivetti, vale anche per i popoli che producono materie prime, quelli in sostanza del terzo mondo, oggi ipersfruttati e spesso schiavizzati? Se sì, di quanto inciderebbe sul costo dei prodotti finiti l’inevitabile e massivo aumento dei costi delle materie prime? Mi è più facile credere ai bambini portati dalle cicogne piuttosto che a qualsivoglia forma di “capitalismo sociale”. Ma andiamo avanti: poiché il dibattito circa il passaggio o meno verso il capitalismo sociale è tutt’altro che chiuso, l’attivismo spingerà verso questa soluzione e farà la differenza (96). I mercati (leggi le borse, ndr) o i consumatori o entrambi inoltre puniranno quelle imprese che non affronteranno le tematiche sociali. Perché dovrebbe accadere però non ce lo spiegano visto che finora le borse hanno premiato aziende che licenziano, tanto per dirne una, e il consumo di massa è orientato, e non vedo perché dovrebbe cessare di esserlo, tanto più dopo il macro reset e le masse sterminate di disoccupati che produrrà, dai prezzi dei prodotti piuttosto che dalla loro sostenibilità.

2.2 Reset industriale: le industrie saranno costrette ad adattarsi e reinventarsi continuamente a causa del reconfigurarsi delle catene di approvvigionamento globali, del cambio di domanda da parte dei consumatori, del maggiori intervento dei governi e dell’evoluzione delle condizioni del mercato. Qua non si indicheranno le direzioni da seguire ma piuttosto si illustrerà la situazione (97).

2.2.1. L’interazione sociale e de-densificazione (effetti su viaggi e turismo, accoglienza, vendite al dettaglio, industria aerospaziale e persino automobilistica). Le conseguenze della pandemia si sono abbattute in maniera devastante su quelle attività che prevedono interazione sociale, dalla ristorazione all’intrattenimento, eventi sportivi ecc (98). Le attività maggiormente colpite dal lockdown saranno anche quelle che riprenderanno più lentamente e saranno inoltre costrette a sostenere spese ingenti per adeguarsi ai nuovi standard richiesti (99). Moltissime di queste attività non riapriranno mai più e si stima che circa il 75% dei piccoli ristoranti spariranno per sempre mentre le grandi catene non solo sopravviveranno ma ne usciranno anche rinforzate (altra bella prospettiva) (100). Ovviamente, le conseguenze saranno devastanti per molte comunità. In alcuni settori tuttavia anche grandi compagnie saranno colpite duramente, si pensi ad esempio alle compagnie aeree. La sola British Airways prevede di tagliare circa il 30% dei posti di lavoro nel prossimo futuro e la riduzione del traffico aereo, che sarà molto probabilmente permanente, non permetterà un pieno recupero a queste attività (101). Di nuovo, gli effetti saranno a cascata su tutte le attività collegate, aeroporti, industrie aeronautiche, le attività di noleggio autovetture (102).

2.2.2: cambiamenti comportamentali – permanenti contro temporanei (effetti su commercio al dettaglio, mercato immobiliare ed istruzione). Sebbene alcune abitudini sono destinate a non cambiare, tipo acquistare online piuttosto che nei negozi su strada, gli effetti su altre attività sono molto più complessi da prevedere. Di certo, più gente passerà più tempo a casa maggiore sarà l’impatto su alcune attività (vedi fig. a pagina 80 del libro) (103).  Non sappiamo ancora quanto si lavorerà in remoto in futuro ma se il telelavoro dovesse crescere potrebbe spingere molte persone ad abbandonare le città a favore di aree più verdi e meno care, e questo impatterà certamente il mercato immobiliare (104). Il mercato immobiliare soffrirà anche a causa del fallimento di tante imprese già barcollanti ed indebitate ed in più, il diffondersi del telelavoro lascerà vuoti molti uffici trascinando al fallimento anche i proprietari degli edifici (105). Anche l’istruzione superiore è destinata a cambiare nell’era post pandemia. L’istruzione a distanza, forzatamente adottata durante i lockdown, è destinata a rimanere in essere anche in futuro, e probabilmente si andrà verso un modello ibrido con istruzione in parte in presenza ed in parte online (106). Le rate universitarie scenderanno poiché alte rate non saranno più giustificabili se l’istruzione online diverrà normale.

2.2.3. Resilienza (effetti sull’alta tecnologia, salute e benessere, banche ed assicurazioni, industria automobilistica, elettricità): alcune industrie usciranno rafforzate dalla pandemia, in particolare l’alta tecnologia, l’industria della salute e del benessere mentre altre, come banche, assicurazioni ed industria automobilistica, dovranno aumentare la loro resilienza per passare oltre la crisi (107).  Che l’alta tecnologia abbia beneficiato dei lockdown e del telelavoro è ovvio, così come la maggior attenzione posta alla salute spingerà favorevolmente il business legato a salute e benessere e richiederà, per altro, un maggior impegno pubblico a favore della protezione della popolazione ed anche un maggiore impegno su scala globale giacché nessuno può sentirsi bene in un mondo malato, e questo spingerà ulteriormente verso il capitalismo sociale (108). Inoltre, anche la tecnologia trarrà ulteriore vantaggio dall’attenzione posta al tema della salute entrando a far parte delle nostre vite strumenti elettronici che monitorino continuamente il nostro stato di salute (109). Anche l’industria dello sport, concepito come strumento di benessere a basso costo, ne trarrà beneficio e l’attività sportiva sarà incoraggiata dai governi sebbene inizialmente certe discipline risulteranno penalizzate dalle restrizioni (questo in realtà è accaduto solo nella testa degli autori visto l’accanirsi di misure draconiane proprio per il settore dello sport fino addirittura al divieto di fare jogging da soli in un parco). Niente paura però, il tutto sarà compensato dallo sviluppo degli e-sports (sic!) (110). E così ecco che viene bellamente spazzato via ogni aspetto ludico dallo sport che passerà dall’essere attività ricreativa a mero strumento di benessere.

Delle quattro industrie che necessitano maggior resilienza, le banche devono essere pronte per il passaggio al digitale, per le assicurazioni essere pronte per i contenziosi che si apriranno, per l’industria automobilistica essere pronta ad acciorciare la catena di approvvigionamento e per il settore elettrico essere pronti alla transizione energetica (111). Più in dettaglio, le banche dovranno essere pronte ad affrontare possibili crisi di liquidità e conseguente insolvenza delle imprese (ma abbiamo visto come da noi il problema non si pone neppure giacché i prestiti sono stati elargiti grazie alle garanzie offerte dallo Stato in caso di insolvenza, cioè i fallimenti li pagheremo tutti noi), e dovranno adattarsi in modo molto rapido alla digitalizzazione imposta dalla pandemia (112). Le assicurazioni si troveranno ad affrontare contenziosi o richieste di risarcimento dovute a polizze stipulate per compensare interruzioni negli affari, disoccupazione ecc (problema evidentemente molto più sentito negli USA dove tutto il welfare passa dalle assicurazioni private, ndr). Poiché il prosperare dell’industria delle assicurazioni si basa sulla diversificazione del rischio, la pandemia ha messo a dura prova la resilienza di queste attività avendo praticamente soppresso questa possibilità. La sfida pertanto per costoro è diventare più resilienti verso eventi catastrofici quali pandemie, eventi climatici estremi, cyberattacchi e terrorismo (113). L’industria automobilistica, oltre alle nuove sfide quali mobilità sostenibile, dovrà necessariamente accorciare le proprie catene di approvvigionamento viste le difficoltà a reperire durante la pandemia componentistica prodotta in Cina (114). Il settore energia, che pure ha mostrato una buona resilienza nel pieno della pandemia fornendo le case, gli ospedali e le industrie dell’energia necessaria per funzionare, dovrà prepararsi al passaggio a forme di produzione di energia pulita (115). Il secondo capitolo si chiude con la seguente profezia: coloro che saranno tentati di tornare al vecchio modo di lavorare falliranno, quelli che si adatteranno con agilità ed immaginazione potranno rivolgere la crisi causata dal Covid-19 a loro vantaggio (116).

Autore: Paolo OspiciResettiamo il Reset Capitolo secondo:  il micro reset (industria e business)

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