Niente è come sembra

Scritto da il Febbraio 22, 2022

Riflessioni a ruota libera attorno alla vicenda dell’Ucraina

Negli ultimi giorni, non ancora mesi ma ben presto potrebbero esserlo, le vicende del confronto Russia-Ucraina col rischio di un eventuale coinvolgimento NATO ha soppiantato il Covid-19 nei titoli dei giornali, sia di quelli main stream sia della cosiddetta stampa alternativa, che sia o meno online. Quel che racconta il main stream mi interessa il giusto, cioè zero, mi interessa però di più vedere cosa se ne dice nelle pagine indipendenti. Quel che leggo è un fiorire di commenti pro Putin che si fondano sull’assunto che, se USA e Russia, ognuno di loro col suo contorno di stati satellite, anche se nel caso russo, se davvero si sono portati a casa un patto d’acciaio con la Cina che certo satellite non è una qualche differenza vada fatta, si sfidano così apertamente è la prova evidente che il progetto mondialista del WEF è oramai fallito ed è solo questione di tempo. In sostanza, se si vuole approdare ad un governo mondiale, è ovvio e necessario che tutti siano d’accordo, almeno quelli che contano (del terzo mondo chi se ne frega) nel volerlo portare a compimento altrimenti non più di governo mondiale si potrebbe parlare. Secondo questa lettura, Putin avrebbe da tempo scelto la via dell’opposizione al Great Reset e di conseguenza e coerentemente non si scompone più di tanto a creare nuove tensioni piuttosto che a sposare la causa del mondialismo made in Davos. Putin quindi sarebbe una sorta di idealista del terzo millennio che, se dobbiamo dare credito a questa versione dei fatti, fin dall’inizio dell’esercizio del suo potere non ha pensato ad altro che alla difesa della giustizia e della libertà dei popoli anche a costo di sacrificare quelle del suo e addirittura, secondo alcuni, in combutta con quell’altro idealista, stavolta a stelle e strisce, al secolo Donald Trump. Faccio fatica a vedere simili personaggi nei panni di paladini dell’umanità e scusate tanto il mio scetticismo.

Certo si potrebbe obiettare che in realtà Putin non lo fa per amore dell’umanità ma per difendere i suoi interessi che sarebbero, in questo caso, difendere la minoranza russa del Donbass e della Crimea anche al costo di perdere gli introiti dati dal gas russo venduto in Europa. Cosa abbia però da guadagnarci Putin in questo scambio davvero non lo capisco sebbene Sebastopoli abbia un’importanza strategica per il controllo del  mar Nero e il Donbass sia una regione ricca di risorse minerarie. Questo lo dico anche perché nemmeno la Russia, nell’era forse post-pandemica, gode economicamente di buona salute, direi tutt’altro, e perciò mi sembra di poter dire che nessuno, sull’intero pianeta, può pensare di poter rinunciare all’uovo oggi per avere, forse, la gallina domani. Va detto che alcuni sostengono, non senza ottime argomentazioni, che la realtà sia esattamente al rovescio, con un Putin che fa di tutto per evitare tensioni di fronte ad una NATO e, soprattutto, agli Stati Uniti, che invece fa di tutto per provocarlo. A riprova di ciò si porta come argomento il fatto che l’eventuale blocco dell’esportazione del gas russo verso l’Europa provocherebbe il collasso definitivo del vecchio continente inteso come competitor economico degli USA sgombrando il campo, a favore degli USA stessi, di un pericoloso concorrente. In sostanza, si sostiene che gli USA stiano utilizzando come pretesto la crisi in Ucraina per affossare l’Europa.

Questo però attribuirebbe a Joe Biden il ruolo di becchino del Great Reset poiché, in questo scenario, si avrebbe una piena e completa rivalutazione del ruolo degli stati in generale, e degli USA in particolare, come unico baluardo a difesa dei propri concittadini. Così il funerale del Reset sarebbe bello che celebrato, alla faccia dei trionfalistici toni con i quali l’elezione di Biden è stata accolta a Davos ed anche a Bruxelles. In questo ragionamento sono due le cose che non tornano: la prima, se si voleva un campione del nazionalismo alla Casa Bianca tanto valeva tenersi Trump anziché fregargli le elezioni nei modi che stanno emergendo in tutta chiarezza ed osteggiandolo in tutte le maniere, secondo, se Biden dovesse aver deciso ad un certo punto di giocare una partita completamente diversa, anzi per meglio dire opposta, a quella che era stata tatticamente preparata per lui, allora vorrebbe dire che a Davos sono tutti scemi e non sanno nemmeno scegliersi i cavalli sui quali puntare e quindi ci stiamo preoccupando per nulla, il Reset è finito o finirà assieme alla pandemia. A me sembra uno scenario poco credibile, checché ne dicano i vari commentatori indipendenti. Diceva un tale, un certo Giulio Andreotti, che a pensar male si commette peccato ma si sbaglia poco e allora provo a pensare male. Immaginiamo la seguente situazione: qualcuno, a Davos, si è accorto, oppure aveva già previsto, che l’attuale commedia non poteva reggere all’infinito pertanto, per poter portare avanti il copione del Great Reset e per terrorizzare l’intera umanità, condicio sine qua non per imporre un governo mondiale accettato da tutti, provax e novax, serve una paura ben più grande di un virus che alla lunga ha dimostrato ampiamente di non essere lo spauracchio che i nostri solerti media main stream hanno cercato di dipingere e cosa di meglio del rischio di un confronto militare, sotto minaccia atomica, tra occidente ed oriente? Nelle mie orecchie riecheggiano ancora ben nitide e chiare le parole di Klaus Schwab quando disse che ci saranno cyberattacchi di tale portata e che provocheranno una crisi energetica tale che la pandemia sembrerà in confronto una piccola distrazione.

Se togliamo la parola cyber a cyberattacchi eccolo là che il giochetto torna in tutto e per tutto giacché questi venti di guerra, che poi divengano o meno guerra guerreggiata poco cambia ai fini del risultato se l’obiettivo fosse solo quello del mettere in ginocchio le economie che contano, cosa per altro esplicitamente dichiarata dai soloni di Davos, allora si potrebbe tranquillamente concludere che in realtà questa crisi non è altro che un’accelerazione improvvisa impressa verso l’imposizione dei piani mondialisti incutendo il timore più grande possibile, quello di una possibile guerra nucleare, rendendo evidente al mondo intero che senza un governo mondiale situazioni del genere diverrebbero incontrollabili. Se fossi uno stratega pagato per elaborare strategie idonee a portare a dama il disegno degli oligarchi di Davos non saprei trovare di meglio, e lo dico per esperienza personale, ci sono cresciuto nella paura che la guerra fredda potesse all’improvviso diventare calda con la conseguente catastrofe umanitaria che ne seguirebbe. Detto in altre parole, trasferire la paura da un virus ad un confronto militare possibile tra potenze atomiche avrebbe un effetto tale da scompaginare completamente le poche forze in campo che il movimento antimondialista ha saputo mettere in campo fino ad oggi. A quel punto qualunque demiurgo che potesse scongiurare l’imminente catastrofe sarebbe il benvenuto anche se dovesse avere l’inquietante volto di Klaus Schwab, o almeno lo sarebbe per i più.

Se questo scenario sia reale o meno non lo so, quello che so è che dobbiamo essere pronti a reggere anche un’eventualità di questo tipo sapendo che eventuali venti di guerra potrebbero essere solo minacce finalizzate a spaventare mentre il fine ultimo sarebbe ben altro. Non dubito che, di fronte all’eventualità di un confronto militare, l’intero movimento nowar si risveglierebbe ma sarà compito di chi ha raggiunto piena comprensione dello scopo ultimo di questa ennesima manfrina egemonizzare il movimento stesso affinché possa essere davvero il germe di una nuova era e non una protesta figlia della paura se non del terrore.

Paolo Ospici


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