Imperialismo, finanza e guerra

Scritto da il Marzo 29, 2022

A fronte del fatto che di nuovo, come durante la pandemia, l’informazione sulla guerra in corso tra Russia e Ucraina è prevalentemente a senso unico, ci sono tuttavia più voci dissonanti di quante ce ne furono dopo un mese di emergenza Covid-19. In particolare, a parte i canali telegram o altri social che offrono chiavi di lettura diverse, anche nel mainstream si sentono opinioni discordi sia pur minoritarie rispetto all’immonda cagnara dei principali canali televisivi diversamente da quanto era accaduto durante l’emergenza precedente. Magari questa gentile concessione al pluralismo d’informazione non viene da un improvviso ripensamento ma più probabilmente dai dati allarmanti, per loro, del crollo dell’audience se l’informazione è palesemente a senso unico e pilotata. Ovviamente dell’opinione dei pennivendoli non me ne frega niente ma è interessante vedere che anche tra le voci divergenti ci sono chiavi di lettura diverse. Si possono sintetizzare in tre filoni principali: il primo, caldeggiato anche da giornalisti coraggiosissimi che stanno sul posto, sostengono la tesi dell’impossibilità da parte di Putin di procrastinare oltre l’intervento a causa delle violenze di stampo neonazista commesse ai danni soprattutto della popolazione del Donbass.

La seconda vede la longa manus degli USA dietro Zelensky, dipinto come una specie di buffone di corte (e probabilmente lo è), che, da buon servo scemo, si è fatto irretire dagli amichetti a stelle e strisce provocando l’intervento russo fino a quando non è stato più rinviabile. Tutto questo per indebolire l’Europa e riaffermare l’egemonia degli USA stessi nell’ambito dell’alleanza atlantica. La terza mette insieme le due cose giungendo alla conclusione che, in ogni caso, saranno gli americani a guadagnarci. Vediamo la fondatezza di queste tre opzioni: la prima, fermo restante il fatto che di violenze inaudite la popolazione del Donbass ne ha sofferte a iosa, e confermando, per quel che è dato sapere da qui, che gran parte delle atrocità sono state commesse da formazioni di matrice neonazista, restano due domande: perché si è atteso otto anni per intervenire visto che se lo si fosse fatto prima qualcuno almeno di quei 14.000 civili uccisi dalle formazioni paramilitari ucraine sarebbero ancora vivi, secondo a cosa si riferiva Putin a Davos quando annunciava una possibile guerra nel gennaio 2021 (1) e perché mai lo avesse annunciato lì e non alle Nazioni Unite o al Consiglio d’Europa (dal quale peraltro la Russia è stata di recente esclusa)? In sostanza, con questa chiave di lettura non tutti i tasselli vanno al loro posto e nonostante il profondo disgusto che possono provocare i neonazisti ucraini mi sembra di poter dire che si tratta di una lettura insufficiente. Vediamo la seconda opzione: gli Usa, da abili burattinai, hanno provocato la Russia fino all’inverosimile, apice raggiunto con la paventata adesione dell’Ucraina alla NATO, al fine di riproporre la guerra in Europa per mettere fuori gioco da un lato le pretese egemoniche europee legate alle sorti dell’euro, e dall’altro provocare una crisi economica di tale entità in Europa stessa da metterla definitivamente fuori gioco quale possibile concorrente su scala globale.

Ora, che il prezzo economico da pagare graverà soprattutto sulle spalle dei cittadini europei a causa della crisi energetica che seguirà questa guerra è fuori discussione ma di nuovo in questa chiave di lettura vedo dei punti di debolezza. Il primo, il più eclatante, è legato al fatto che a me non sembra che oggi come oggi il concorrente principale degli USA sia la UE, piuttosto direi che è la Cina e non solo non ne esce indebolita ma ne esce addirittura rafforzata tanto da mostrare ormai ostentatamente i muscoli rispetto alla questione di Taiwan liquidandola come questione interna. Cosa avrebbero da guadagnarci gli USA a mettere in ginocchio i loro più fedeli cani da guardia, tra cui l’Italia, rafforzando quello che è il loro principale concorrente? Francamente non riesco a capirlo. Secondo punto, più sottile e sul quale tornerò: siamo sicuri che siamo ancora nel secolo scorso, col mondo diviso in due blocchi (o forse tre considerando la Cina) in lotta tra loro per egemonizzare mercati e di conseguenza l’economia mondiale? Io personalmente no. C’è chi dice, in quest’ottica, che gli USA non sappiano rinunciare al loro ruolo di potenza egemonica imperiale e che pertanto, anche a costo di commettere un’errore, non sappiano agire diversamente. Anche qua però mi sembra di poter scorgere elementi di debolezza sostanziali, a cominciare dal fatto che non si capisce in che modo si voglia mantenere l’egemonia senza neanche sapere distinguere chi è il più pericoloso concorrente al momento. La terza opzione non la commento neppure perché, ovviamente, si porta dietro le debolezze delle altre due.

Io ho un’altra lettura della vicenda e, concedetemi la presunzione, mi permette di unire tutti i puntini. Primo puntino da unire: Putin va a dire a Davos un anno e due mesi fa che potrebbe scatenarsi un conflitto e che potrebbe addirittura sfociare in un confronto nucleare (vedi nota 1). Perché a Davos? Semplice, perché lì stanno gli interlocutori ai quali questa cosa andava detta e il silenzio compiacente di Schwab ne è la riprova (di nuovo guardate il video se ne avete voglia). Se quest’ipotesi è corretta ne consegue che, poiché il discorso di Putin va ben oltre e pone delle precise condizioni, tipo accettare l’idea di un mondo multipolare senza egemonia USA, il seguito degli avvenimenti ne sono la conseguenza, inclusa l’accettazione da parte delle élite finanziarie globali raggruppate nella cricca di Davos di un mondo multipolare senza egemonia di sorta (cosa per altro “profetizzata” già nel Great Reset). In cambio Putin si sarebbe accollato il ruolo ingrato di poliziotto cattivo.

Che l’accordo potrebbe essere stato stipulato ed accettato è confermato dall’attualità. Qualcuno a questo punto potrebbe porre la seguente domanda: ma perché mai ci sarebbe la necessità di un simile piano e soprattutto perché mai gli USA dovrebbero rinunciare di buon grado al loro ruolo egemonico su scala globale? Le ragioni sono molteplici e vediamo di elencarle tutte. Secondo puntino, gli USA e i loro alleati europei erano già in forte arretramento da prima, basti vedere come un intero continente, l’Africa, tradizionalmente sotto egemonia europea in generale e francese in particolare, abbia già voltato le spalle al suo vecchio padrone per assoggettarsi a quello nuovo, la Cina. Ne consegue che il primato degli Usa scricchiolava già pesantemente e lo stallo in Siria ne è la conferma. Terzo puntino, è ovviamente inaccettabile per le potenze, o supposte tali, emergenti, un mondo multipolare sì ma non troppo, cioè un mondo nel quale a fronte dell’esistenza di potenze economiche e militari crescenti si rimanga sotto l’egemonia della bandiera a stesse e strisce. Quarto puntino, il più importante, se c’è una regia dietro a tutto, quella di Davos, allora gli interessi in gioco sono prevalentemente quelli. Quindi vediamo di che natura è fatta la cricca di Davos: bisogna partire da un dato, il capitalismo di oggi è ben diverso da quello del secolo scorso. Infatti, per la prima volta nella storia, il capitale finanziario ha il primato su tutto il resto, stati e multinazionali inclusi. Basti andare a vedere la composizione dei consigli d’amministrazione delle più potenti corporation mondiali per rendersi conto della pervasività del capitale finanziario che ormai controlla praticamente tutto. Che controllasse gli stati è cosa vecchia, da molti secoli e da molto prima della nascita del capitalismo i grandi banchieri hanno di fatto condizionato le politiche economiche degli stati ai quali prestavano i loro soldi. L’elemento di novità sta nel fatto che gli stessi potenti gruppi finanziari si sono impossessati anche delle grandi aziende siano esse dedite alla produzione che all’erogazione di servizi al punto che non si riesce nemmeno più a cogliere il punto di confine tra una banca ed una compagnia assicurativa essendo spesso praticamente fuse insieme.

Addirittura le grandi aziende farmaceutiche, che pure hanno fatto profitti da capogiro nell’ultimo biennio e non solo, non sono fuori dal controllo delle grosse centrali finanziarie. Ora, il capitale finanziario è transnazionale per sua natura (transnazionale si badi bene, non multinazionale) e, di conseguenza, lo stato nazione forte non solo non ne soddisfa gli interessi ma addirittura è un ostacolo. Prova ne sia il fatto che, anche nelle disastrate pseudodemocrazie occidentali, gli eletti devono comunque garantire gli interessi di coloro i quali li hanno fatti eleggere soprattutto attraverso generose elargizioni alla loro campagna elettorale. Di conseguenza, una volta eletti, i cosiddetti rappresentanti del popolo devono rendere conto a chi li ha generosamente foraggiati, soprattutto negli USA dove le campagne elettorali costano davvero una fortuna. Quindi l’indebolimento strutturale dello stato nazionale è condicio sine qua non per un definitivo trionfo di questo nuovo capitalismo che necessita, dall’altro lato, di un rigido controllo della società in quanto una società libera e dinamica prima o poi porterà, anche fosse grazie all’iniziativa privata, all’emergere di nuovi interessi e nuovi gruppi di pressione che metterebbero in discussione, ipso facto, l’egemonia di questo manipolo di capitalisti. E’ in quest’ottica che si colloca la ferrea opposizione a Trump ed al trumpismo che in certi ambienti si è manifestata in maniera fin troppo evidente.

Sia chiaro, Trump è sostanzialmente indifferente alle sorti dei popoli e delle persone ma, come del resto è tradizione nella politica USA dove da sempre i repubblicani hanno una sensibilità maggiore verso gli interessi delle aziende di casa e i democratici una maggiore propensione verso l’esterno, ha a cuore prima di tutto il rafforzamento dello stato americano sostanzialmente fregandosene della mondializzazione finanziaria e badando primariamente al benessere dell’apparato militar industriale di casa sua. Anche la rapida fine del dollaro come valuta di scambio privilegiata nel commercio internazionale, giustamente vista da molti come prova dell’inesorabile declino della supremazia USA, tuttavia non costituisce anche la fine del sogno mondialista come invece suggerito da molti analisti, al contrario, è perfettamente coerente con i propositi del Great Reset visto che lo si vuole rapidamente sostituire con valuta digitale (2). In questa chiave di lettura, Biden non solo non è l’uomo che vuole rilanciare il ruolo e la supremazia USA nel mondo occidentale e possibilmente anche oltre ma al contrario è colui che si è assunto l’incarico di liquidare l’idea stessa di stato nazione per aprire la strada al capitalismo sovranazionale su base finanziaria come nelle intenzioni di Schwab e dei suoi amichetti.

Non sarà Trump, e nessun altro al suo posto, a tirarci fuori dai guai né è nelle sue intenzioni, se nei guai ci siamo cacciati è da noi stessi che dobbiamo trarre la forza per uscirne. Allo stesso modo, non andiamo a cercare alleati improbabili tra i potenti o supposti tali del mondo attuale, difendono i loro interessi, non i nostri, cosa che del resto hanno sempre fatto. Lo stato attuale dell’arte non dovrebbe sorprenderci più di tanto, già il barbogio di Treviri aveva previsto che il capitalismo, giunto al punto del suo massimo sviluppo, avrebbe iniziato a divorare se stesso. Ecco, secondo il mio punto di vista, siamo giunti esattamente a questo punto e se non sapremo progettare un mondo nuovo e diverso è inevitabile che le cose seguiranno il loro corso attuale col rischio di una terza guerra mondiale incluso.

Paolo Ospici

1: ” Intervento di Putin a Davos”

2: “Covid-19 the Great Reset” autori Schwab e Malleret, punto 1,2,3,2


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