Del Presidente, della democrazia e della Costituzione

Scritto da il Febbraio 1, 2022

La vicenda dell’elezione del Presidente della Repubblica fa riflettere attorno ad alcune questioni che vanno anche oltre l’elezione stessa. La prima domanda che si saranno, immagino, posti in tanti, è la seguente: come si è giunti alla rielezione di Mattarella, possibile che non ci fossero altre personalità in grado di svolgere quel ruolo dimostrandosi all’altezza della situazione

La risposta è tanto ovvia quanto scontata, certo che sì! Soprattutto alla luce di quel che ha mostrato il presidente uscente-entrante in questo settennato. Davvero difficile immaginare che non c’è in giro nessuno in grado di fare meglio o almeno non peggio, quindi? Perché non si è trovato un accordo su un nuovo, o nuova Presidente? Che un ruolo lo abbiano svolto veti incrociati e giochi di palazzo non credo sia un’idea insensata ma basta a spiegarlo? Penso proprio di no e quindi non resta che una sola possibilità: era previsto questo esito e forse pure da tempo, solo non ci si è voluti gettare subito sulla rielezione per far sembrare la stessa come una scelta obbligata. Qualcosa del tipo “visto che non riusciamo a metterci d’accordo sul nuovo Presidente teniamoci quello vecchio che ci sta bene a tutti”. Il nocciolo della questione è tutto qua: Mattarella sta bene a tutti ed il motivo è talmente chiaro che già oggi, lunedì 31 gennaio, c’è chi scrive sui maggiori quotidiani che non ci saranno cambiamenti né rimpasti. Giorgetti resterà dov’è nonostante gli starnazzamenti ecc ecc. Ma come fanno costoro a prevedere con tale sicurezza le future mosse del Presidente e di Draghi stesso? Semplice, perché era scritto che tutto restasse così com’è, nessuno scossone, nessun cambio di rotta e nemmeno una piccola sterzatina, quindi non di previsione o profezia si tratta bensì di semplice presa d’atto della situazione, fotografia esatta della volontà della nostra classe politica. A questo punto però  segue a ruota una seconda domanda conseguente alla risposta data alla prima: perché? Che bisogno c’è di dare un segnale di continuità così chiaro e netto e soprattutto a chi bisogna dare questo segnale? C’è chi dice perché Draghi garantisce il PNRR ma questo con Mattarella non c’entra proprio nulla e, sia detto per inciso, corrono già voci insistenti che il PNRR sarà rivisto al ribasso perché il PIL dell’Italia cresce più del previsto (siamo al paradosso che è diventato un problema) anche se gli italiani non se ne sono minimamente accorti checché ne dica Draghi.

Qualcuno dirà, se non l’ha già detto (scusate ma di questi tempi a leggere tutti i maggiori quotidiani mi sento male), che i mercati vogliono stabilità e quindi che questa è la scelta migliore; lo dico perché ogni qual volta c’è da ingoiare una pillola amara c’è qualcuno che invoca stabilità in nome dei mercati. Non fatemi dire cosa ne penso dell’opinione dei mercati, i quali peraltro non sono entità sovrumane che gestiscono i nostri destini come il burattinaio muove le sue marionette ma nient’altro che fluttuazioni di borsa legate ai capricci degli investitori i quali, com’è noto, sono umani anch’essi ed hanno anche nomi e cognomi, pertanto sarebbe molto più onesto elencarli i nomi e cognomi di quelli che vogliono questa benedetta stabilità piuttosto che evocare entità astratte quali appunto sono i fantomatici mercati. Almeno si saprebbe chi è che vuole certi personaggi ai posti di comando e non altri. Possibile ed anzi probabile che altri argomenti ancora verranno portati a favore della rielezione di Sergetto nostro ma sono quasi certo che nessuno dirà quella che dovrebbe essere la ragione principale che avrebbe dovuto condurre a questo esito: perché lo vogliono gli italiani o perlomeno perché è quanto di meglio è stato possibile fare per il bene del popolo (e non dei mercati, o dell’Europa, del Patto atlantico o altre astruse ragioni che col nostro benessere ben poco hanno a che fare).

Tuttavia non si può non notare che i partiti da questa vicenda ne escono tutti più o meno malconci. Verrebbe da domandarsi se davvero sono così improvvidi da non aver saputo evitare un simile esito, ma io non credo che non abbiano messo in conto che la loro immagine ne sarebbe uscita offuscata, ma allora perché hanno corso il rischio? La risposta secondo me risiede nel fatto che evidentemente non lo percepiscono come un rischio. Detto in altre parole, l’orrida ammucchiata che viene ironicamente chiamata “maggioranza di governo”, aldilà della necessità propria di ogni partito di fornire il massimo di garanzie, e quindi di poltrone da occupare,  ai propri adepti, proprio perché contrassegnata dallo slogan “tutti dentro” si è blindata contro il rischio di essere messa in discussione da chicchessia. Del resto che del consenso di massa a questa classe, o casta, politica, non freghi più nulla si è reso talmente evidente alle ultime elezioni locali, con record negativi di affluenza al voto fino a pochi anni fa inimmaginabili, che se ne sono accorti praticamente tutti. Di più, quello che stride dopo un dato come questo è l’assoluta noncuranza con il quale è stato assorbito dalla classe politica stessa, come dire “a noi se votate oppure no non ce ne frega proprio niente, tiriamo diritti lo stesso”. Come mai? D’altri tempi infatti un dato come quello avrebbe suscitato grande allarme tra i partiti, perlomeno a parole, mentre invece stavolta si è preferito fare spallucce. Credo che per trovare una spiegazione bisogna mettere insieme diversi elementi apparentemente scollegati ma uniti da un unico filo conduttore: punto primo, la deriva autoritaria o, per meglio dire, aristocratica seppure in salsa moderna.

A riprova di ciò possiamo giubilare per avere il privilegio di vivere nel paese che vanta il “governo dei migliori”, gli ἄριστοι come venivano chiamati in greco per l’appunto; ἄριστος è Draghi e con lui tutti i suoi ministri, ἄριστος è il presidente e di migliori in giro non ce n’è,  ἄριστοι i nostri leader di partito che tutti insieme si affannano per il nostro bene indebitando il paese per molte generazioni a venire, facendo rapidamente fallire questi dinosauri di ristoratori che ancora si ostinano a voler cucinare secondo la nostra vetusta tradizione regionale per sostituirli con ben più a la mode McDonalds e appresso a loro tante micro e piccole imprese che si ostinano a tenere illuminate le vie con le loro obsolete insegne e vetrine (ma verrà presto anche per loro suonato un bel requiem dall’orchestra sinfonica diretta dall’ottimo Jeff Bezos) e a svendere per un pugno di riso quel che resta del nostro patrimonio nazionale. Del resto bisogna stare al passo coi tempi giacché anche l’Europa è aristocratica: ἁριςτη è Ursula (la stessa che appena un anno fa al forum annuale di Davos invocava il democraticissimo diritto di censura per tutelare la democrazia dalle fake news attraverso un rigido controllo delle notizie che girano in rete) e con lei tutta la sua corte di commissari europei per diritto di censo acquisito o di nascita e  ἄριστος è anche Klaus Schwab ed il suo WEF. Punto secondo: l’incredibile e sbalorditiva esposizione mediatica che quest’elezione del Presidente ha avuto. A mia memoria mai prima d’ora i media nazionali hanno posto così tanta attenzione all’elezione del Presidente, arrivando al punto di oscurare persino i mortiferi bollettini quotidiani sul Covid-19 e tutto il loro seguito di talk show. Capisco che il capo dello Stato non è una figura marginale ma nemmeno se si fosse nominato il nuovo Imperatore del Sacro Romano Impero ci sarebbe stata tanta grancassa.

Questo mi fa credere che, in piena coerenza con l’aristocrazia in salsa moderna attualmente regnante, assisteremo presto ad un ulteriore e stavolta definitivo vulnus alla nostra Costituzione. Mi aspetto cioè che il tema del presidenzialismo o perlomeno dell’elezione diretta del capo dello Stato divenga presto d’attualità con un ulteriore accentramento di poteri che soddisfi i requisiti richiesti da un futuro governo mondiale così come auspicato dal WEF stesso. Del resto, il processo che ha progressivamente portato alla situazione attuale parte da lontano, dagli anni ’80 e dal decisionismo di craxiana memoria quando si cominciò ad abusare sistematicamente della decretazione d’urgenza in nome di una impellenza figlia della necessità di decidere ed agire rapidamente che hanno lentamente ma inesorabilmente portato all’attuale drammatico ricorso ai  DL o ai DPCM (deriva sia detto per inciso abbondantemente autorizzata dal rieletto, ἄριστος anche per questo). Il dibattito parlamentare, l’approvazione di leggi per via ordinaria è diventata l’eccezione e non più la regola, eccezione per altro sempre più rara e sporadica con buona pace della Costituzione che ancora ci ricorda, memento consegnato ormai ai libri di storia, che l’Italia è una repubblica parlamentare. Punto terzo: la definitiva ed incolmabile distanza che si è frapposta tra la classe politica ed il popolo. Questo è un punto da analizzare meglio: se solo negli anni ’80 o ’90 un parlamentare si fosse sognato di cambiare partito durante il suo mandato semplicemente non sarebbe più potuto uscire di casa perché avrebbe trovato davanti alla porta folle inferocite di iscritti a presentargli il conto. Non che ai parlamentari non fosse concesso di cambiare idea, ma vigeva la prassi consolidata che se un eletto non si fosse più riconosciuto nelle scelte che la lista nella quale è stato eletto faceva si sarebbe senz’altro dimesso non solo dal partito ma anche dall’incarico parlamentare lasciando il posto a colui, o colei, che fosse stato il primo/a dei non eletti. Si narra, ed è probabilmente vero, che Togliatti facesse firmare agli eletti un foglio di dimissioni in bianco di modo che se avessero deciso di prendere altre strade l’avrebbero fatto da liberi cittadini e non da parlamentari.

Ora invece si assiste ad eletti con una lista che attraversano nel giro di una sola legislatura tutto l’arco costituzionale per poi ritrovarli, a legislatura conclusa, chissà dove o addirittura nel gruppo misto. Questo si deve soprattutto al fatto che oggi come oggi i partiti sono sempre più leggeri, come si suol dire in gergo, sempre meno cioè organizzazioni di massa con strutture territoriali e sempre più aggregazioni che nascono su un’opinione, una contingenza o addirittura attorno alla figura di una singola persona, vedasi il caso di Forza Italia, non soggette pertanto a nessuna forma di controllo dal basso su quello che sarà il loro operato. Ora però bisognerebbe porsi una domanda tutt’altro che oziosa, e cioè sono i partiti che sono diventati leggeri o si sono semplicemente alleggeriti?  Nel primo caso si tratta di una scelta soggettiva, nel secondo il frutto di un processo. Io credo che ci siano entrambi gli elementi. Soggettivamente, un partito leggero è molto più comodo per chi fa il politico praticamente di mestiere, giacché può riciclarsi più facilmente anche cambiando casacca se necessario. In sostanza, politica politicante. Il dato oggettivo invece nasce dal fatto che, visto l’andazzo, sempre più persone si sono allontanate dalla politica attiva non trovando più alcuna rispondenza tra la loro partecipazione e le decisioni che venivano prese nei palazzi e persino private del diritto ad essere rappresentate vista l’autonomia ormai totale dell’eletto rispetto all’elettore. In sostanza è suonato il de profundis per la democrazia per delega, non più in grado di garantire un rapporto neppur minimale tra delegante e delegato.

Ecco qua delineate le tre gambe sulle quali poggia l’attuale fase politica: la deriva autoritaria, anzi aristocratica, la progressiva fine della repubblica parlamentare a favore di una repubblica dell’esecutivo e, chissà, forse un giorno dell’avvento di una repubblica presidenziale, terzo la crisi irreversibile della democrazia per delega. Tutti e tre questi fattori portano però ad una conseguenza chiara ed inevitabile, il patto sociale e con esso il modello di società che la costituzione del ’48 portava con sé e che ha funzionato per così tanto tempo è oramai agonizzante, con buona pace di coloro i quali pensano, in perfetta buonafede s’intende, che basti ritornare a quei valori e a quel patto per arrestare questa deriva. Personalmente sono convinto che invece la crisi del modello democratico che abbiamo conosciuto dal dopoguerra ad oggi sia irreversibile e di conseguenza  bisogna cominciare a pensare ad un nuovo patto costituzionale per diverse ragioni: la prima, una carta costituzionale non è né il codice penale né quello civile né niente che gli assomigli. Si tratta di un insieme di articoli che vanno letti nella loro interezza e che configurano un modello di società e quindi di relazioni che sono destinate a durare finché eventi di enorme portata, come lo fu la seconda guerra mondiale, non rendano necessaria una rivisitazione della carta stessa. Nello specifico, una lettura attenta della nostra Costituzione, ci mostra chiaramente come il modello di rappresentanza per delega prevedesse comunque strumenti di partecipazione che garantissero  un qualche tipo di democrazia diretta oltre allo strumento referendario il quale, sia detto per inciso, riducendo scelte anche molto complesse ad un semplice sì o no, riduce anziché allargare gli spazi di democrazia stessi. Lo strumento individuato dai padri costituenti per far partecipare il popolo al processo decisionale erano le grandi organizzazioni di massa, partiti, sindacati ed organizzazioni datoriali, le quali, attraverso appunto le assemblee permettevano al popolo di essere partecipe o perlomeno compartecipe di ciò che veniva deciso in alto.

Oggi però tutto questo non esiste più, spesso partiti che hanno anche una rappresentanza parlamentare ampia non hanno nemmeno sedi sul territorio e l’assenza di dibattito nelle sedi proprie non è stata di certo sostituita da webinar o altri apparati tecnologici che possano supplire alla mancanza di sedi col risultato che l’elettorato le scelte le subisce passivamente senza esserne in alcun modo partecipe, le grandi centrali sindacali rappresentano ormai da diversi anni più chi dal mondo del lavoro è ormai uscito per sopraggiunti limiti di età, e cioè i pensionati piuttosto che i lavoratori attivi e le organizzazioni datoriali sono o in crisi nera per la progressiva perdita di imprese attive sul territorio, cosa vera soprattutto per le organizzazioni del piccolo commercio, oppure si sono svuotate di forza contrattuale a causa del fatto che i grossi gruppi, quali ad esempio FCA, ormai le hanno abbandonate preferendo giocarsi la partita in proprio, ed è questo il caso di confindustria. Non c’è nessun Harry Potter o Mago Merlino che possa magicamente invertire questa tendenza, ormai è strutturale ed occorre prenderne atto. Ma di questo svuotamento del patto costituzionale per le ragioni anzidette ne sono perfettamente consapevoli anche i potenti del pianeta ed è su questo che si innesta l’ultimo tassello mancante per concludere il mosaico: l’evento di enorme portata che rende obsoleto il patto precedente e ne impone uno nuovo.  Ebbene l’evento c’è ed è di tale portata che il mondo che verrà risulta assai difficile da immaginarsi ed è la spaventosa offensiva globalista del ristrettissimo club dei super ricchi che cerca di imporre in tutti i modi il Great Reset a passi rapidissimi.

Che costoro vogliano giungere ad un governo mondiale ancora più aristocratico e ristretto di quello attuale non è un mistero, lo scrivono essi stessi, e che questo passi attraverso un controllo rigido e verticale di tutta la popolazione mondiale non è altresì un mistero, anche questo lo hanno scritto. Meno scontato è che ci riescano ma ci riusciranno senz’altro se non troveranno altra opposizione che una sterile e senza speranza resistenza in difesa di quel che resta del mondo che fu che poi tanto bello non era neanche prima. In altre parole urge un progetto, un’idea di società e di conseguenza di patto sociale che indirizzi le relazioni tra persone verso un nuovo e più avanzato modo di stare insieme. Di nuovo, torna il tema della democrazia come unico possibile vero baluardo da opporre a chi ci vuole asserviti ed ipercontrollati. Ma, se il modello di democrazia per delega, come abbiamo visto, è in crisi irreversibile, che tipo di modello possiamo proporre oggi? Penso che si debba necessariamente pensare alla democrazia partecipata come unica ed ultima possibilità. Non mancano esempi nel corso della storia senza dover per forza scomodare Pericle e la democrazia ateniese. Fin dal ‘500, sulla spinta dell’umanesimo, ci si è interrogati in tempi moderni sul come si potesse costruire una società ideale, si pensi alla “città del sole” di Tommaso Campanella oppure all’utopia di Tommaso Moro, e non mancano esempi di democrazia partecipata in tempi anche più recenti. S pensi alla rivoluzione francese pretermidoriana, alla comune di Parigi, splendido esempio represso nel sangue dalle monarchie europee, oppure alla Cecoslovacchia di Dubcek dove i piani di sviluppo venivano discussi direttamente con gli operai, oppure, senza pregiudizi di sorta, si rilegga con attenzione il primo decennio dell’esperienza sovietica dove, pur con limiti che forse hanno aperto le porte alla sua stessa fine, quando il potere era tutto nelle mani dei soviet (soviet in russo vuol dire assemblea, ndr) e non della Duma oppure ancora l’esperienza del bilancio partecipato di Porto Alegre o le forme di autorganizzazione ed autodeterminazione di diverse comunità indie non solo in Chiapas.

Insomma, tentativi ne sono stati fatti ed alcuni sono ancora in essere, altri sono stati repressi nel sangue, altri ancora forse non sono stati sufficientemente coraggiosi ed hanno finito con l’implodere ma da ognuna di queste esperienze si può imparare qualcosa sia in positivo che in negativo per non ripetere errori già commessi ma tutte ci dicono una cosa sola, provare si può, provare si deve, ne vale del nostro futuro, della nostra dignità di persone, delle nostre stesse vite.

P.S. Ho scritto che presto sarebbe venuta fuori la proposta dell’elezione diretta del capo dell Stato. Ebbene già la mattina del giorno dopo Tajani la faceva. Singolari coincidenze

Paolo Ospici


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